Il nodo del Pnrr svela tutta la nostra debolezza strutturale

Bandiera dell’Unione Europea

Tenuta nascosta per suonare la grancassa sull’enorme quantità di soldi che ci piovevano addosso dall’Unione Europea (192 miliardi, parte a fondo perduto, parte ben più grande a debito con tassi di interesse agevolati), la debolezza strutturale dell’Italia nel gestire questi fondi sta emergendo in tutta la sua asprezza. Fra gli addetti ai lavori quel che oggi viene sbandierato era noto da tempo. Punto primo: il governo Conte 2 aveva chiesto in gran fretta progetti di intervento a destra e a manca, perché si volevano coinvolgere più istituzioni possibili, e il risultato è stato che gli interpellati, un po’ per non fare brutta figura, un po’ per prendersi una fetta della torta, hanno semplicemente svuotato i loro cassetti dai progetti che avevano in gestazione per altri fini (e per lo più malamente).

Punto secondo: consapevoli che il gran numero di “stazioni appaltanti” avrebbe creato problemi, s’è cercato da subito di creare una “regia” centrale. Prima in maniera faraonica con un ipotetico nuovo ente (progetto del Conte 2), poi con un tentativo di rianimare l’alta burocrazia statale con qualche innesto di specialisti (Draghi). Nessuna delle due iniziative ha dato risultati, la prima per la giusta preoccupazione di fabbricare un nuovo centro di potere in mano al mondo opaco che girava intorno ai pentastellati, la seconda per gelosie varie all’interno dell’amministrazione, la quale da un certo punto in avanti ha capito che Draghi non era destinato a durare e dunque ha fatto resistenza passiva.

Punto terzo: la volontà di distribuire le opportunità il più possibile ha avuto come conseguenza il dover fare i conti con i limiti di capacità di molte “stazioni appaltanti”. Fra i tecnici si fa questo esempio: c’è un grosso investimento sulla creazione di nidi e scuole per l’infanzia, ma i soldi ci sono per fabbricare le strutture, che specie al Sud mancano drammaticamente, mentre poi i comuni dovrebbero trovare i fondi per gestirle (pagare il personale, il funzionamento, ecc.) e i comuni questi soldi semplicemente non li hanno. Risultato: resistenza ad imbarcarsi nella realizzazione delle strutture. Alcune difficoltà su cui si attira molto l’attenzione sono invece le meno complicate da affrontare. L’aumento dei costi delle materie prime, ecc. che è quanto fa andare deserte molte gare è un fenomeno che esiste, ma di cui facilmente Bruxelles può farsi carico, perché sanno bene in che mondo viviamo. E infatti c’è molta disponibilità ad affrontare quel problema insieme a noi.

Lo scoglio difficilmente superabile è invece la tensione che percorre la nostra vita politica. La destra ha interpretato la sua vittoria elettorale come una specie di giudizio di Dio che ha rimesso in sella una quota ingiustamente emarginata per decenni della nostra classe politica. Di conseguenza vuole dimostrare un “possesso” totale della macchina pubblica (e para-pubblica) che la ripaghi da quello che ritiene un torto storico. La sinistra per assorbire il trauma della sconfitta elettorale si è inventata che sono arrivati i barbari, che bisogna resistere a tutti i costi e delegittimare al
massimo il successo dell’avversario, attaccandolo in continuazione con ogni pretesto.

Questo ha creato un clima che è molto propizio per gli agitatori di ogni specie, ma che blocca qualsiasi discorso di convergenza sull’interesse nazionale. A parole ovviamente tutti, da una parte e dall’altra, predicano unità negli sforzi e imputano all’avversario di non voler collaborare, ma nei fatti ogni giorno da una parte e dall’altra si fa a gara a piantare bandierine sulle più diverse questioni, basta che siano sufficientemente “identitarie” per le frange estreme di ciascun elettorato. In questo contesto sono delle eccezioni le voci che predicano un ravvedimento operoso di tutti per “mettersi alla stanga” come ha invitato a fare Mattarella (vedere come è stato lasciato cadere un invito di buon senso dell’on. Casini). Sono molte di più le fonti che soffiano sul fuoco, anche se ci pare di notare che negli ultimi giorni si stiano un poco ridimensionando (un poco, perché gli avvoltoi che si mettono al servizio delle due facce del radicalismo, neo giacobino e neo reazionario, continuano a volteggiare…).

Possiamo sperare che il pericolo di sciupare, se non anche di perdere i fondi europei abbia un effetto di ravvedimento sulla politica delle contrapposizioni pseudo-identitarie? Non riusciamo a capire come si evolverà la situazione, perché il mito delle elezioni europee come tornante che rimetterà molte cose a posto è molto presente sia a destra che a sinistra e questo non spinge alla razionalizzazione di un quadro politico che deve potersi lasciare alle spalle tutte le idiosincrasie di chi continua a muoversi lungo coordinate che appartengono a mappe ormai superate.

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