Padre Fantuzzi, resta una luce in sala

Era molto conosciuto anche in Trentino padre Virgilio Fantuzzi, gesuita, critico cinematografico de «Civiltà Cattolica», morto il 24 settembre a 82 anni e ricordato per noi dal critico Marco Vanelli. Per me è stato un grande amico e maestro. Su «Cabiria – Studi di cinema», la rivista di cui sono direttore un tempo intitolata «Ciemme», Fantuzzi ha pubblicato dei bellissimi saggi su Rossellini, Pasolini, Scorsese, Bellocchio… Nomi (a parte Scorsese) che lui conosceva di persona (e a cui si potrebbero aggiungere: Fellini, Taviani, Olmi, Bertolucci…).

Virgilio aveva il dono della chiarezza nell’esposizione, dell’intuizione critica, di una cultura profonda e solida, di una fede che riusciva a scoprire tracce di sacro anche laddove il mondo vi vedeva solo peccato.

Prima di lui avevo conosciuto, seguito, ammirato (e anche contestato) un altro gesuita, Nazareno Taddei (classe 1920), che era stato anche suo maestro. Ma i due confratelli avevano un approccio diverso: più scientifico Taddei, più umanistico Fantuzzi. Per entrambi il cinema era un terreno di pastorale, di evangelizzazione, di incitamento a uscire da una posizione di sudditanza nei confronti dello spettacolo per acquisire una capacità di giudizio critico, di stupore, talvolta di contemplazione.

Con me Virgilio si arrabbiava spesso e me ne diceva di tutte quando riteneva che stessi sbagliando, ma mi ascoltava sempre e sapeva apprezzare il mio lavoro. Mi diceva: «Sei esagerato: se io spacco il capello in quattro, tu lo spacchi in 8, 16, 32… e finisci per perdere la visione d’insieme». Ho imparato tanto frequentandolo.

Ho avuto l’onore di scrivere con lui a quattro mani un’analisi del film Il pranzo di Babette (1987, di Gabriel Axel), commissionata niente meno che da papa Francesco (altro gesuita cinefilo), visto che visto che si tratta del suo film preferito, e che è stata pubblicata su «Civiltà Cattolica» due anni fa. Come è noto non è prassi che un laico metta la sua firma su quelle pagine e per me è stato un ulteriore motivo di orgoglio averlo potuto fare.

Il titolo dell’ultimo libro di Fantuzzi, uscito lo scorso anno, Luce in sala (Àncora-La Civiltà Cattolica, Milano 2018, pp. 200, € 18,00) è un significativo paradosso: per vedere bene un film è necessario che in sala ci sia il buio, sì che il fascio di luce del proiettore investa lo schermo. Ma da lì, dalle immagini del film, c’è un’altra luce, riflessa, che si riversa sugli spettatori, nei loro visi incantati, nelle loro menti, nel loro spirito assorto. In quella luce è possibile scorgere un ulteriore riflesso di luce, questa volta divina, che difficilmente lascia indifferenti gli artisti, credenti o meno che siano. Proprio questo Fantuzzi in tanti anni di studio ha sempre cercato di individuare andando al cinema: le tracce della vera creazione artistica che, spesso inconsapevolmente, mostrano l’uomo come creatura bisognosa di amore umano e trascendente, di verità assoluta o relativa, di senso ultimo o penultimo.

Con Fantuzzi se ne va uno dei decani della critica italiana, amato e rispettato da tutti, testimone di una ricerca nel cinema d’autore che oggi tende a scomparire e di una lezione che ogni spettatore dovrebbe imparare: il cinema è sì importante, ma più importante è saperlo guardare.

Marco Vanelli

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