Le lettere dei soldati raccontano il dramma della guerra nel nuovo lavoro di Andrea Castelli, che apre la stagione di Prosa di Trento

Una ricostruzione non storica ma emozionale. E’ la realtà quella che viene raccontata da Andrea Castelli nel suo “Sanguinare inchiostro”. La guerra nella sua drammaticità ricostruita attraverso le parole di chi ha vissuto in prima persona quella tragedia: i soldati, i giovani trentini, che dal fronte scrivevano a casa. Sono lettere cariche di disperazione e disillusione. Non mediate dalla cronaca o dagli interessi dei poteri forti. Sono parole e racconti messi nero su bianco da giovani spauriti nascosti nelle trincee.
“Vogliamo raccontare – sottolinea l’autore – l’orrore visto con gli occhi semplici dei contadini. Con il regista Carmelo Rifici abbiamo cercato una scrittura che rivelasse tutta la disperazione di quei momenti. Non abbiamo scritto una commemorazione, ma una provocazione. Con cinismo ho cercato di mettere sul palco la verità. Le lettere, quelle vere, dei soldati. E le circolari, vere, da Vienna. Documenti che mostrano la crisi di identità che vivevano i trentini, senza dimenticare il contesto di un conflitto mondiale in cui si innestava questa crisi.”
La verità dunque dei soldati, di chi l’ha subita.
“Si. Soprattutto con l’aspetto dolente dei ragazzi coinvolti in una guerra e scaraventati in posti sconosciuti. In questa situazione si assiste ad un vero e proprio scoppio della scrittura. Ed è una scrittura particolare quella di guerra, quasi disperata. Bisognava sapere, mandare ed avere notizie. Sono lettere accorate e commoventi. Abbiamo cercato di trasmettere queste emozioni, ma non riportando le lettere in se. Teatralmente sono diventate dei dialoghi. Sul palco siamo in sette e raccontiamo questa disperazione, con un linguaggio a tratti anche brutale e cinico. Da guerra.”
Emerge la crisi di identità trentina?
“E’ stato un momento duro per le genti della nostra terra. Non tutti sapevano chi erano, dove mettersi. Emerge un sentirsi maltrattati da entrambe le parti. Abbiamo per questo scelto lettere anche di soldati italiani: altri giovani scaraventati in questa fornace. Molti italiani erano però analfabeti. I trentini invece sapevano leggere e scrivere: la scuola era obbligatoria nell’Impero Austro-ungarico fin dalla metà del 700 e questo ha permesso soprattutto ai nostri soldati di scrivere quello che vedevano. E senza retorica.”
Come diventa tutto ciò un spettacolo?
“Abbiamo cercato di fare lo spettacolo. In modo che si possa anche sorridere. Ma è un sorriso che poi lascia “il gropo in gola” nell’immaginarci la delusione di questi ragazzi che si sono visti rubare la gioventù.”
Solo prima guerra mondiale o c’è una certa attualizzazione?
“C’è anche questo tentativo di far capire che in fondo non è cambiato molto. E’ la condanna dell’umanità: dal passato continuiamo non imparare la lezione.”