L’eco della scomparsa del cantautore napoletano
La sua famigliarità con una bella fetta d'Italia, frutto di quella “napoletanità” che è spesso emigrata e dunque radicata un po' in tutto lo stivale, Trentino compreso, sta scritta nel suo cognome che in realtà tale non sembra: Pino Daniele, quasi un doppio nome. Meritevole di un doppio funerale, romano e vesuviano, l'omaggio della capitale e il tributo della città natale. Un altro grande talento della musica italiana se ne va, piange un intero Paese, come sembrano documentare le ripetute “aperture” delle grandi testate, sia cartacee sia radio-televisive. La commozione popolare viaggia postata sul web, con i social intrisi di citazioni dei testi del “re del soul mediterraneo” (uno dei tanti battesimi ad memoriam) e di nostalgici “condividi”. Con qualche significativa voce fuori dal coro a rimarcare la sproporzione, in effetti piuttosto evidente, tra questa sorta di lutto nazionale e il pur rilevante peso artistico di Daniele. Dalla sua pagina Facebook la presidente della cooperativa Handicrea Graziella Anesi invita a ritornare a un oggettivo piano di realtà: “Ho capito che Pino Daniele è un grande cantautore, poeta, e tutto quello che si vuole, ma mi pare davvero tanto, troppo, il clamore e lo spazio che si dà alla sua scomparsa. Vorrei la stessa sensibilità e attenzione per altre morti, magari quelle bianche sul lavoro per esempio. La voce e le canzoni di Pino Daniele, così come quelle di ogni musicista che ognuno di noi ha amato e che non c'è più, ci accompagneranno e le ascolteremo sempre, ma per favore non esageriamo!”.
Detto dello squilibrio mediatico e dato altresì per intoccabile il merito artistico del cantore partenopeo, capace di incidere nell'evoluzione musicale di più di una generazione, resta meritevole di una nota la sua vicenda umana, più ancora che professionale. Sempre su Facebook, ecco ad esempio il ricordo di Paola Gallo, direttrice artistica di radio inBlu, più volte in dialogo davanti al microfono con Daniele. Ma resta un dietro le quinte quello da menzionare: “Parlava di sua figlia fuori onda e della sua amicizia con Aurora, la figlia di Eros Ramazzotti (il primo ad annunciare su FB la scomparsa di Daniele, n.d.r.). Gli brillavano gli occhi in un'intimità che mi era estranea e per questo mi inorgogliva. Eppure era di un'ironia sottile, britannica e al pari di un chitarrista inglese improvvisava accordi e viveva senza troppo compiacimento nelle e per le sue canzoni. Sobrio e per bene”.
Un'umanità segnata da grande sofferenza, sempre nascosta ai grandi palcoscenici (l'ultimo il 31 dicembre, quand'era nel cast per il Capodanno su Rai1) che ha accompagnato Pino Daniele negli ultimi trentanni: un cuore sempre più fragile, tanto da vivere, da ultimo, “come se – a detta del suo medico – ogni minuto fosse regalato”. Una spada di Damocle che avrebbe messo in ginocchio molti altri. Non lui, un tour impegnativo in corso, e appunto un'esibizione in diretta Tv solo cinque giorni prima dell'ultima fatale crisi. E poi quella corsa disperata dalla casa di Grosseto fino a Roma. Un ultimo, drammatico viaggio, sul quale si sofferma con grande delicatezza e compassione lo storico critico musicale di Avvenire, Gigio Rancilio: “Mentre giustamente tutti ricordano in queste ore la musica e le parole scritte da Daniele, viene l'angoscia a pensare all'ultimo viaggio di Pino verso l'ospedale (…). Novanta minuti di dolore, paura e intimità. Un viaggio della speranza che si è tramutato in tragedia (l'artista è arrivato al pronto soccorso dell'ospedale già morto) e che rimarrà per sempre nel cuore dell'ultima compagna di Pino e dei familiari del cantante. Un viaggio del cuore per il cuore. Lontano dai riflettori, dalle troppe parole e dalla superficialità. Un viaggio (inconsapevolmente) di ritorno verso Casa. Quella con la C maiuscola. Quella definitiva. Quella dove tutto ha di nuovo senso. Anzi, dove tutto ha finalmente senso”.