“Mai la violenza in nome della nostra fede”

Talha Ahmad (Muslim Council of Britain): “Abbiamo molte più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono”

Le comunità islamiche della Gran Bretagna non ci stanno. Sono profondamente arrabbiate verso chi usa il nome della loro fede per commettere atti di violenza e terrore e lanciano una campagna a tutte le moschee e associazioni del Paese a essere vigilanti, a collaborare con le forze dell’ordine e denunciare ogni situazione ambigua, ogni attività sospetta, ogni discorso che può incoraggiare soprattutto nei giovani pensieri di radicalismo. È una risposta ferma quella del Muslim Council of Britain che all’indomani dell’attentato al “London Bridge” di sabato 3 giugno, il terzo in tre mesi, ha indetto una conferenza stampa a cui hanno partecipato i rappresentanti delle comunità musulmane del Paese. “I terroristi – ha detto Harun Khan, segretario generale del “Muslim Council of Britain” – non devono trovare un posto in cui nascondersi. È interesse di tutti noi fermarli. Sappiamo che molte di queste persone hanno precedentemente condotto una vita di delinquenza. Spesso il percorso verso l’estremismo è al di fuori della moschea e ai margini della società”.

“Come ha detto un esperto, questa non è una radicalizzazione dell’Islam, ma l’islamizzazione del radicalismo”, ma l’impegno delle moschee deve essere altissimo. Al telefono da Londra risponde Talha Ahmad del Muslim Council of Britain.

Tre attentati, in tre mesi, compiuti in nome di Allah e rivendicati da Daesh. Quali sono i vostri sentimenti oggi?

Siamo scioccati, arrabbiati e terrificati che qualcuno possa aver compiuto tali atti. E di averli compiuti in nome della fede. Ciò è ingiustificabile. Perché non c’è nulla nella mia fede che può solo in qualche modo giustificare atti di terrore. Ma nello stesso tempo non possiamo non sottolineare come i londinesi stanno vivendo questa sfida: stanno dicendo a chi sta lanciando questo messaggio, che ci vuole dividere, che non ci riuscirà, che Londra rimarrà unita perché abbiamo molto più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono.

Avete lanciato una campagna di vigilanza verso tutte le moschee del paese. Cosa vi ha spinto a farlo?

Quello che come comunità islamiche dobbiamo fare ora, dopo l’attacco di Manchester e Londra, è essere vigilanti e sorvegliare che a nessuno sia permesso di promuovere in alcun modo odio e violenza, nel nome della nostra fede. Dobbiamo rinnovare i nostri sforzi per essere sempre più vigilanti, avere occhi aperti e denunciare tutti i casi che non convincono. La radicalizzazione purtroppo non viaggia all’interno delle moschee. Fa presa nei luoghi della marginalizzazione.

Spesso i terroristi hanno un passato di delinquenza comune e in carcere si sono radicalizzati. Cosa fare per evitarlo?

Nessuno sa esattamente cosa succede nella mente di una persona che si trasforma da cittadino normale in terrorista. Ma sappiamo che la mancanza di educazione, l’assenza di informazione e di conoscenza circa l’Islam possono contribuire a questa deriva. Noi possiamo promuovere una serie di iniziative. Fornire, per esempio, più assistenza ai genitori dei ragazzi, rafforzare le nostre moschee, abilitare i nostri Imam, dando loro gli strumenti per sapere come relazionarsi con i giovani e affrontare il fascino che su di loro ha Daesh. Occorre però anche una politica inclusiva che sappia riconoscere che i musulmani sono, come tutti, parte del Paese. Occorre poi sempre più fare attenzione al linguaggio che si usa, tenendo conto della doppia sfida, da una parte l’islamofobia, dall’altra la radicalizzazione. Quello che stiamo dicendo è che abbiamo bisogno di un dialogo aperto e franco. Tutti dobbiamo essere impegnati e lavorare sullo stesso fronte.

a cura di M. Chiara Biagioni (Sir)

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