Ammazzano l’Amazzonia!

Com’è oggi la situazione di quella vasta area che risulta tuttora “strategica” – polmone del pianeta – per le sorti dell’intero nostro mondo?

Fra un anno, nell’ottobre 2019, dovrebbe tenersi il Sinodo speciale sull’Amazzonia incentrato sulla delicatissima questione ecologica e sulla salvaguardia del pianeta. Quand’ero a scuola mi capitava sovente di parlare con i ragazzi del Sudamerica. E puntualmente quando succedeva di citare l’Amazzonia, la prima cosa che veniva da loro riferita era: “E’ il polmone verde del pianeta!”; “Un mondo di biodiversità!”; “Un’immensa foresta incontaminata” e altre definizioni che le ragazze e i ragazzi evidentemente avevano imparato dallo studio della Geografia e delle Scienze naturali.

Oggi purtroppo queste definizioni (giuste e appropriate fino a qualche tempo fa) risultano del tutto superate, o in via di rapido superamento, dalla realtà dei fatti. Ricordo benissimo i primi anni Ottanta del secolo scorso, quando ci interessavamo del Brasile (erano i tempi del grande vescovo povero di Recife, Helder Camara; o di Leonidas Proano, presule di Riobamba, nella regione del Chimborazo in Ecuador e di numerosi altri umili e altissimi rappresentanti della “Chiesa dei poveri”); e quando nel 1985 venne assassinato il padre comboniano Lele Ramin, padovano, ancora giovane – aveva solo trent’anni – , ucciso perché difendeva i contadini dalla prepotenza dei grandi proprietari terrieri. Erano tempi di “magnifiche sorti e progressive”, si pensava davvero che, una volta cadute le feroci dittature militari che imperversavano in America Latina, si sarebbe configurata una società diversa e migliore, più rispettosa dei diritti umani delle singole persone, delle comunità e dell’ambiente.

Com’è oggi la situazione di quella vasta area che risulta tuttora “strategica” – polmone del pianeta – per le sorti dell’intero nostro mondo? L’Amazzonia conta una superficie di oltre 7 milioni di chilometri quadrati, di cui 5 sono coperti di foreste. Vuol dire un’area vasta più dell’intera Unione Europea. Non poco.

Solo che i colori (e le prospettive immediate) vanno rapidamente cambiando. Il verde della rigogliosa vegetazione viene quasi inesorabilmente sostituito dal colore rosso. Rosso in un duplice significato: da una parte la particolare tinta che si osserva dopo un insensato disboscamento, quella terra color rosso mattone che è la terra amazzonica; dall’altra, in senso non tanto metaforico, il rosso del sangue, il rosso di una violenza estrema, continua, sottovalutata, mortifera per interi piccoli popoli della foresta. Ne sa qualcosa il gesuita trentino padre Fabio Garbari, in Bolivia da più di trent’anni, prima sull’altipiano squassato dai venti e ora nella selva amazzonica boliviana, nei posti che furono delle “Missioni” gesuitiche del 1700, luoghi di rifugio e sperimentazione di un’economia solidale da parte degli indios colpiti e sopraffatti poi dalla dominazione spagnola e portoghese, i conquistadores.

Lo stato brasiliano del Maranhao, ad esempio, risulta essere al centro dell’azione predatoria di disboscamento. Una politica di espansione dissennata portata avanti in un modo “scientifico” da società multinazionali prive di scrupolo. Qui è in atto da vario tempo una guerra a bassa intensità – micidiale, violentissima – da parte dei fazendeiros, i proprietari terrieri, contro gli indigeni della zona. E lo Stato brasiliano in questi territori semplicemente non arriva, sono troppo distanti. C’è evidente disinteresse e noncuranza. Ma pure quando c’erano al potere Lula e Dilma Roussef non si erano manifestate protezioni e tutele particolari; in questo gli indios, l’anello più debole della società, si sono sentiti spesso abbandonati e dimenticati.

Maranhao, Rondonia, Roraima, Parà sono tutte regioni vaste, sottoposte ad un saccheggio che ha dell’inverosimile. Sono circa 22 milioni di abitanti interessati direttamente (l'equivalente della Romania, come popolazione, ma un’area quasi 30 volte più vasta della Romania, che pure non è minuscola!).

La capitale dello stato del Parà, Belém, e la capitale di Amazonas, Manaus, sono cresciute a dismisura negli ultimi anni. Formicai immensi e disordinati dove la vita scorre nel più totale caos. A farne le spese in termini di “qualità” di vita sono i più deboli, i bambini e le donne. La droga scorre a fiumi, sembra impossibile ma la domanda di sostanze stupefacenti cresce in modo più che proporzionale al crescere caotico e disorganizzato della popolazione. Il Brasile è il primo consumatore al mondo di crack e il secondo consumatore mondiale di cocaina.

Lucia Capuzzi, una brava giornalista del quotidiano Avvenire, ha vinto un premio giornalistico per un’inchiesta sui cercatori d’oro di una zona dell’Amazzonia: si tratta quasi sempre di bambini e adolescenti letteralmente “gettati” in questo lavoro massacrante da adulti avidi e da genitori a volte privi di scrupolo che non trovano altro sbocco alla loro disperazione quotidiana se non  quello di far lavorare i loro figli in un'occupazione malsana e pericolosa per le risse continue che si generano, lunghe ore impegnate nella ricerca in condizioni malsane e con scarsità estrema di cibo. E’ stato calcolato che stanno aumentando a dismisura le carceri, in queste città, frutto di una criminalità dovuta in larga misura ad uno sviluppo feroce, rapido e del tutto disordinato e “anarchico”. Si diffonde una guerra tra poveri: da una parte le tribù indigene come gli Yanomami e i Xavante (e molte altre minuscole etnie ridotte ormai a poche centinaia di elementi), dall’altra contadini poveri espropriati delle loro terre e spinti ad emigrare.

Altamira è una città vicina alla grande diga di Belo Monte che si sta costruendo sul fiume Xingu. Era una città fino a poco tempo fa ancora vivibile; oggi è un agglomerato urbano poverissimo e tra i più violenti di tutto il Brasile.

Uno dei motivi per cui si disbosca è quello di aumentare gli spazi rurali per l’allevamento del bestiame per soddisfare la richiesta di carne del mondo occidentale. Tutto si lega in una serie infinita di cause ed effetti. Tommaso Protti, fotografo freelance, presenta a Lodi fino al 28 ottobre una mostra sul Brasile intitolata “Terra Vermelha”, Terra Rossa. Viene riportata una fotografia di una cella del carcere di Santa Izabel do Parà dove 302 detenuti si dividono una prigione progettata per ospitarne al massimo 148. In celle per 12 persone ne vivono stipate come sardine quasi 30. Triste, vera, immagine dell’Amazzonia brasiliana, oggi.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina