Da Parigi uno storico accordo sul clima

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Il 12 dicembre 2015 si è scritta una pagina di storia. Per la prima volta viene approvato un accordo globale sul clima che riunisce attorno a sé tutti i Paesi del mondo nell’affrontare il riscaldamento globale e le problematiche che stanno colpendo soprattutto i paesi più poveri e vulnerabili. Non è un accordo perfetto, non è ambizioso come si chiedeva, non è vincolante come si sperava, ma segna senza dubbio una svolta verso un mondo che può e deve liberarsi dall’era dei combustibili fossili.

“Una cosa sembra sempre impossibile finché viene realizzata” La frase dell’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, che è stata per diverse volte rievocata durante la Conferenza ONU sul Clima a Parigi, è stata ripresa ancora una volta dal presidente della COP21, il ministro francese Laurent Fabius durante l’annuncio dell’ultima bozza del documento.

Per Fabius, in questo 12 dicembre i negoziatori sono arrivati ad un “accordo ambizioso e equilibrato, giusto e dinamico”. A dargli supporto davanti alla plenaria c’erano anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon e il presidente francese François Hollande. “Siamo davanti a un testo storico”, ha aggiunto Ban Ki-moon. “Questo è il primo accordo universale sul clima”, annuncia il presidente francese François Hollande. “Saremo giudicati per un testo non per una parola, non per il lavoro di un giorno ma per un accordo che vale per un secolo”. Ma a sentire la voce che arriva da diverse piazze di Parigi durante le manifestazioni organizzate dalla società civile è proprio sulle parole che si gioca la vera partita. I manifestanti sono poco naif e altrettanto poco speranzosi che questo accordo cambierà le cose, poiché dietro alle parole del testo stanno gli interessi dei poteri forti del Pianeta.

Del resto lo stesso Fabius ha parlato di “un testo che rappresenta il miglior equilibrio possibile in questo momento”, il che non può che evidenziare che si tratta di un compromesso inevitabilmente al ribasso rispetto alle aspettative.

Se firmato e ratificato dai 195 Paesi presenti alla Conferenza tra aprile del 2016 e aprile del 2017, il documento rappresenta un marco storico, sostituendo il Protocollo di Kyoto, del 1997. L’Accordo entrerà in vigore dal 2020 se sarà ratificato da almeno 55 Parti che devono rappresentare almeno il 55% del totale delle emissioni dei gas serra a livello globale. Per la prima volta dovrà valere sia per paesi più sviluppati che in via di sviluppo in base al principio di equità e di responsabilità comune delle Parti seppur differenziata in funzione delle circostanze nazionali.

Nell’Accordo di 31 pagine è racchiuso un delicato equilibrio tra gli interessi e le proposte delle 195 nazioni parti della convenzione.

Nel lungo preambolo sono raccolte importanti considerazioni di principio, come la priorità di garantire la sicurezza alimentare e la lotta alla fame, il rispetto ai diritti umani, il diritto alla salute, i diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali, dei migranti, dei bambini, delle persone con disabilità così come l’eguaglianza di genere, l’empowerment delle donne e l’equità intergenerazionale.

Ma quali sono i principali punti su cui c’è stato consenso?

Obiettivo a lungo termine e mitigazione

Prima di tutto, l’Accordo propone di limitare l’aumento della temperatura “bene al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali” e di fare “sforzi per limitare l’aumento a 1,5 C°” riconoscendo quindi che ciò ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti previsti.

Naturalmente si tratta di un compromesso rispetto alla richiesta dei Paesi più vulnerabili e dei rappresentanti della società civile di inserire subito il limite di 1,5°C ma va riconosciuto che il limite più restrittivo viene comunque incluso nell’Accordo seppur solo come obiettivo verso cui indirizzare gli sforzi.

Il punto chiave tuttavia è come si intende contenere il riscaldamento globale e quindi come si intende agire sulle politiche di mitigazione. Nell’Accordo si dice che “al fine di raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura entro il limite stabilito, le Parti mirano a raggiungere un picco globale delle emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile, riconoscendo tuttavia che ci vorrà più tempo per i Paesi in via di sviluppo, per poi intraprendere un percorso rapido di riduzione in modo da raggiungere un equilibrio tra le emissioni di origine antropica e la capacità di assorbimento nella seconda metà di questo secolo”.

Non ci sono quindi precisi riferimenti né rispetto alle percentuali di riduzione né rispetto ai tempi entro cui devono essere realizzati gli impegni se non rimandando ad un generico obiettivo a “metà secolo” entro cui arrivare di fatto ad una stabilizzazione.

Il punto di partenza degli impegni di mitigazione sono i contributi nazionali, Intended Nationally Determined Contributions (INDCs), già espressi dalle Parti e che sono elemento fondante dell’accordo anche per il futuro. Tuttavia questi contributi nazionali fino ad oggi dichiarati consentirebbero, secondo stime già disponibili, un aumento delle temperature di circa 2,7-3,5 °C entro il 2100 rispetto all’era pre-industriale. Sono quindi palesemente insufficienti ma l’Accordo su questo non si esprime se non richiamando l’impegno e la responsabilità volontaria delle Parti di esprimere proposte di contributo nazionale più ambiziose e da revisionare ogni cinque anni.

Finanziamento

L’Accordo prevede che le azioni di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici vengano finanziate attraverso fondi messi a disposizione dagli Stati sviluppati. Si partirà da una quota minima di 100 miliardi di dollari annuali: già questa è una dichiarazione molto ambiziosa considerando che al momento il fondo si attesta a solo 10,5 miliardi di dollari. Tuttavia non risulta chiaro dal documento l’anno a partire dal quale questi fondi dovranno essere versati. La questione chiave è riuscire ad eliminare e impegnare diversamente i finanziamenti e sussidi ai combustibili fossili tutt’ora esistenti, che insieme vanno a contribuire per 470 miliardi di dollari all’anno. Un’altra strategia sarebbe quella di imporre una tassa sulle transazioni finanziarie che vada a colpire le azioni di speculazione dunque e favorire la distribuzione delle risorse tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.

Perdite e danni

Una delle questioni sulle quali si è proceduto a rilento durante i negoziati è stata quella di “Loss and damage” (L&D), relativa alle perdite e danni residuali che si verificano nei paesi più vulnerabili al netto delle azioni di adattamento e mitigazione. Le piccole isole in via di sviluppo, principali promotrici dell’inclusione di L&D come un articolo a sé (e non come parte dell’adattamento), portano a casa una vittoria importante. L’articolo 8 su L&D manca tuttavia di alcune richieste dei paesi in via di sviluppo, come la costituzione di un meccanismo ad hoc per gestire il fenomeno dei migranti climatici. Inoltre, nella decisione relativa all’articolo, si specifica che quest’ultimo non potrà essere utilizzato come base giuridica per far valere richieste di compensazione per i danni derivanti dai cambiamenti climatici e dei quali i paesi industrializzati sono storicamente responsabili. Una postilla esplicitamente richiesta dagli Stati Uniti, e alla quale i paesi in via di sviluppo potrebbero aver ceduto per vedere l’obiettivo dei 1.5 °C menzionato nell’accordo.

Molti sono i punti ancora da approfondire e chiarire rispetto a quanto espresso nel nuovo accordo e senza dubbio molta è la strada da fare e l’attenzione che dovrà essere posta perchè gli obiettivi dichiarati possano essere concretamente perseguiti ma è chiara la consapevolezza che già da oggi inizia una nuova tappa per l’umanità.

Cristina Dalla Torre, Elisa Calliari, Paulo Lima, Roberto Barbiero

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