Ruanda, 25 anni dopo

La testimonianza di Fabio Pipinato, all'epoca cooperante nel Paese

Sono passati 25 anni dalla mattanza in Ruanda. Tra il 6 aprile e il mese di luglio del 1994 ebbe luogo quello che viene chiamato il "Genocidio del Ruanda", dove venne massacrato un numero di persone di etnia Tutsi vicino al milione. Il 6 aprile l'aereo su cui viaggiavano il Presidente del Rwanda Juvénal Habyarimana e il collega burundese Cyprien Ntaryamira di ritorno da Arusha, in Tanzania, dove si stavano svolgendo i “colloqui di pace” nella regione dei Grandi Laghi, fu abbattuto da un missile terra-aria. La loro morte diede inizio alle indicibili violenze nel Paese.

“Il 7 aprile 1994 mi svegliai alle 6 del mattino”, ricorda Pipinato, ripercorrendo quelle giornate. “Uscii dalla porta di casa. Mi colpì il silenzio. Non si muoveva foglia. Non c'erano pescatori sul lago, gli uccelli non cantavano. Non c'era il consueto andirivieni di carcerati dalla prigione sull'altra sponda del lago, per prendere acqua, e non c'erano secondini”.

Mentre Pipinato carica l'acqua dalla cisterna i guardiani notturni confabulano tra loro, ascoltando la radio. Joseph, il più anziano, gli dice: “Non è bene andare dai profughi, oggi!. Si capisce che qualcosa di grave è successo. La radiolina trasmette musica classica e proclami in lingua locale. “Cos'è successo?”, chiede Pipinato. “Ieri sera hanno ucciso il Presidente Habyarimana”. “Sento che sta per crollare la piramide. Chiudo l'acqua. Mi siedo sul cassone del camion. E' capitato ancora. Nei Grandi Laghi, quando muore un pezzo grosso, iniziano gli scontri tribali. Si colpisce ovunque, senza ragione. Anzi, con la massima pianificazione. È poi l'esercito, unica agenzia che dà occupazione in Ruanda, a riportare l'ordine; dove, quando e nella misura gli viene comandato”.Arrivano notizie preoccupanti dalla capitale Kigali. La radio incita gli uni a riempire le fosse comuni degli altri. “Moderati hutu compresi, rei di non far parte della festa o, peggio, di nascondere rifugiati in casa propria”.

Dopo interminabili giornate d'attesa arrivarono i soldati belgi. Il comandante era esperto di evacuazioni: Zaire, Burundi ed ora Ruanda. L'ordine è di evacuare solo i bianchi. “Percorro i 60 km. che divide Rilima dalla capitale attento a seguire il carro semovente che guida il convoglio. Arriviamo a Kigali. I cadaveri lungo i fossi. Entriamo nell'aeroporto. Si sentono spari ovunque. Ci attende un aereo militare. Destinazione Nairobi. Poi Bruxelles. L'aereo decolla. Il Ruanda brucia”.

All'Opération Turquoise delle forze armate francesi nel giugno del 1994 sotto il mandato delle Nazioni Unite seguì la vittoria dei tutsi sugli hutu e l'esodo di milioni di persone. Le città di Goma e Bukavu, nel vicino Zaire, accolsero milioni di rifugiati. “Il 18 luglio 1994, dopo 100 giorni di guerra e quasi un milione di morti ammazzati, il Fronte Patriottico Rwandese prese il potere”. Nei Grandi Laghi iniziò la “caccia all'hutu”.

Pipinato non tornò in Ruanda per vent'anni, fino all'agosto 2012. “Ho trovato un Paese che incredibilmente stava cambiando. Alcuni dati: non più distinzione etnica, due deputati su tre sono donna, il Paese è 5° in classifica mondiale per aver ridotto il divario di genere, il Pil è all'8%, wi-fi ovunque, le principali direttrici sono asfaltate con ciclabili e marciapiedi, le scuole primarie sono diffuse così come i centri di salute, la mortalità infantile è crollata del 70%, i decessi legati alla malaria sono caduti verticalmente dell'80% in un decennio, dal 2005 ogni cittadino ruandese ha diritto al servizio sanitario pubblico, è stata abolita la pena di morte”. Tutto oro che luccicca? “Non proprio. Nella vicina Repubblica Democratica del Congo si sta consumando una guerra che negli ultimi 25 anni ha prodotto almeno 5 milioni di morti. La differenza con il Ruanda è che ne parlano solo in pochi addetti ai lavori”.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina