Ex Imi, la fine di un incubo in 34 scatti

Un album di foto scattate da una crocerossina all'ex lager di Bolzano ne documenta la sofferenza, l'incredulità, qualche sorriso…

Finita la guerra, nel maggio 1945 arrivarono a migliaia, liberati dai campi di lavoro e di internamento del Terzo Reich ormai sconfitto, gli Internati militari italiani (Imi). E dopo il Brennero la prima città italiana che incontrarono fu Bolzano. Venivano accolti alla stazione ferroviaria dalle note patriottiche della canzone del Piave e avviati alle strutture del Car, il Centro accoglienza rimpatriati, costituito con il concorso del Comando Alleato, della Croce Rossa, del Corpo di Liberazione Nazionale e con il contributo della Commissione Pontificia di Assistenza. Anche per gli ormai ex Internati militari italiani (Imi) la guerra era finita.

Catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 che aveva determinato la rottura dell’Asse con la Germania nazista e il passaggio del Regno sotto l’ombrello Alleato e per questo ritenuti traditori, i soldati italiani avevano patito ogni angheria nei campi nazisti.

Dei 600-650 mila rinchiusi – di cui 8-10 mila trentini e qualche sparuto sudtirolese – si stima che circa un 10% vi trovò la morte. Si rifiutarono di combattere con l’esercito tedesco e in seguito dissero di no alla Repubblica Sociale di Salò. A differenza di 100 mila loro commilitoni che abbracciarono il delirio hitleriano e altrettanti il “sogno” repubblichino.

In testa portavano bustine, cappelli da alpino e caschi coloniali, segni della loro provenienza, soldati di diverse armi deportati da Italia, Francia, Jugoslavia e Grecia. Un album di 34 foto, scattate da Tea Magni Olzer, crocerossina piemontese in servizio all’ex lager di Bolzano, una delle strutture cittadine messe a disposizione dei rimpatriati, è stato ritrovato dallo storico Pietro Ramella che l’ha pubblicato sull’ultimo numero del semestrale “L’impegno”, rivista dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia. Foto in bianco e nero (in questa pagina ne proponiamo alcune) custodite dalla sorella di Tea Magni Olzer, Dolores, e che testimoniano la fine di un incubo. Ognuna riporta alla base la didascalia originale scritta dalla crocerossina.

L’arrivo alla stazione, il trasbordo sui camion, la sosta nell’ex lager, la fila per il foglio di viaggio verso casa, il controllo sanitario, psichico e morale, la ricerca di notizie dei compagni ma anche della famiglia, il riposo, i grandi zaini sulle spalle, gli sguardi ancora increduli ma che in qualche caso indugiano al sorriso, dopo tanta sofferenza.

Le immagini documentano come i rimpatriati siano stati, per la maggior parte, ex internati, ma che tra di loro ci fossero anche altri deportati, probabilmente stranieri e pure delle donne, “forse sostenitrici della Resistenza”, annota Ramella.

Vi furono giorni in cui arrivarono a Bolzano più di 10 mila ex internati al colpo. Dal capoluogo altoatesino passarono anche alcuni sopravvissuti all’eccidio di Cefalonia, altri provenivano dalla Russia, rilasciati dal campo di Gorky, vicino a Mosca. Molti erano malati, diversi morirono all’ospedale bolzanino. Quelli che stavano peggio, a causa delle condizioni di detenzione, erano i politici. Tbc polmonare, gravi esaurimenti con segni di avitaminosi, forme intestinali acute, malattie veneree e cutanee, le patologie più diffuse.

All’ufficio informazioni del Car si rivolsero migliaia e migliaia di famiglie alla ricerca di notizie sui propri congiunti. Su una grande parete venivano appesi i biglietti dei famigliari nella speranza che il marito, il figlio, il parente, riuscendo a leggere quello che, tra i tanti, lo ricercava, potesse comunicare, finalmente, di essere sulla via di casa.

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