C’è solo la strada su cui puoi contare?

Le strade dovrebbero farci incontrare. Spesso invece sanzionano solo una distanza

“È arrivato Zampanò!”. Molti si ricorderanno di questa frase del film “La strada” quando Giulietta Masina, nei panni di Gelsomina, doveva annunciare la presenza del rude giocoliere e circense Zampanò, magistralmente interpretato da Antony Quinn. Proprio 60 anni fa questa pellicola di Fellini otteneva il premio Oscar che sanciva il suo successo planetario. Un film delicato e drammatico che mostra come l’innocenza quasi fiabesca delle persone più sensibili venga sopraffatta dalla violenza di chi deve combattere per sopravvivere. Sulla strada della nostra vita concreta possiamo incontrare questi estremi.

La strada di Fellini sembra però essere lontanissima dall’immaginario di persone che abitano nei Paesi ricchi. La polvere della terra battuta, i ciottoli da schivare, le pozzanghere e i fossi, le sterpaglie sui lati della via, si trovano certo ancora anche da noi in campagna o sulle montagne, ma si collocano inevitabilmente al limitare del ricordo. Possiamo ancora sentire sotto i nostri piedi nudi i sassi aguzzi che emergono qua e là dal lastricato, ma è soltanto un malinconico tentativo di fermare il tempo.

Se pensiamo bene però, l’idea della strada è qualcosa di sospeso tra la concretezza del camminare e del calpestare la terra, e la metafora del trascorrere del tempo e della vita. Ci guardiamo indietro. Quanta strada abbiamo fatto? E dove ci condurrà quella che stiamo percorrendo adesso? Quanto sarà lunga? Raggiungeremo la meta che ci siamo prefissati? Oppure sul più bello dovremmo fermarci? Ci aspetta una grande salita? Siamo soli o in compagnia?

Oggi il mondo è solcato da innumerevoli strade, segno potente della globalizzazione. Del desiderio umano di descrivere, collegare, percorrere, conquistare il mondo. Esse si sono anche staccate dal suolo, sono diventate rotte aeree, oppure hanno subito la metamorfosi digitale, trasformandosi nelle vie della connettività della Rete. Eppure permangono nella loro concretezza fatta di lamiere, gas di scarico, traffico, automobili. Difficile è dare una definizione a quel groviglio di svincoli uno sopra l’altro che innervano le nostre caotiche metropoli. In questi ghirigori di cemento e asfalto sembra condensarsi l’intera complessità della nostra epoca. Sono arterie in cui scorre l’affanno contemporaneo: si percorrono le strade quotidianamente, ma la direzione sembra smarrirsi in un vortice di frenesia quasi senza scopo.

Troppe volte ci dimentichiamo di due aspetti fondamentali legati alla strada: la sua funzione di collegamento tra i luoghi e il fatto che quasi sempre non siamo isolati a percorrerla. Le vie deserte ci fanno paura. La strada è un invito alla condivisione tra diversi, è un progetto di futuro. A differenza della piazza – luogo di incontro per eccellenza – sulla strada ci si incrocia mentre si è in movimento, oppure fermi, ma solo per un attimo di riposo. Che bello quando si cammina insieme, magari aiutandosi e sorreggendosi. E che tragico invece è vedere le colonne di migranti o di profughi in fuga che, con misere vettovaglie appresso, solcano i deserti o i tratturi per essere volentieri rimandati indietro?

Le strade dovrebbero farci incontrare. Spesso invece sanzionano solo una distanza. Lasciamo il povero dall’altra parte del marciapiede. Ancora meglio sarebbe osservarlo dal finestrino di una comoda automobile in corsa. Le sperequazioni del mondo si colgono dalla strada. Là incontriamo le nostre contraddizioni e le nostre ambiguità. Forse là, nelle anonime periferie dove regna la povertà e l’emarginazione, potremmo scoprire un senso di umanità troppe volte perduto. Di nuovo la strada di Fellini. Non ritroveremo Zampanò, ma potremmo udire le struggenti note di tromba della colonna sonora di Nino Rota, per riflettere ancora che cosa significhi “andare”.

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