Ciucioi, “opera aperta”. L’architetto Micheletti spiega il restauro

“Un giardino è un’opera viva che, come tutti gli organismi, nasce cresce e si trasforma”

Cosa sta dietro al lavoro di restauro/recupero del giardino dei Ciucioi? Il curatore del progetto, arch. Cesare Micheletti, presenta il punto di vista dell’architetto del paesaggio.

Essere architetto del paesaggio significa confrontarsi non solo con i temi propri dell’architettura – spazio forma materia –, ma anche con la natura e quindi con il tempo, la quarta dimensione. Un giardino è un’opera viva che, come tutti gli organismi, nasce cresce e si trasforma, secondo i ritmi delle stagioni e grazie alle pratica quotidiana di chi se ne prende cura. Ecco perché parchi e giardini mostrano il loro maggiore splendore dopo anni dall’iniziale costruzione.

Il giardino di Tommaso Bortolotti rappresenta una storia privata ed esprime significati personali, di cui va protetta la singolarità. Pertanto curare il recupero di questo luogo, proprio per il suo carattere di “opera individuale”, ha richiesto la capacità di calarsi nei panni del Bortolotti, analizzandone le intenzioni ed interpretandone i segni, per riuscire a tradurli – senza tradirli – nel nuovo contesto in cui si sono venuti a trovare.

Affrontare il restauro ha significato quindi non solo rimettere in luce il disegno originale, ma proseguire l’opera del suo creatore rivelandone il pensiero e rinnovandone – nel senso letterale del termine – il gesto creativo.

Della geniale ed originalissima opera di Bortolotti, ci è rimasta la struttura spaziale e parte dell’architettura, che rappresentano – per così dire – lo scheletro di questo organismo. Della parti a verde, che costituivano tendini muscoli carne ma soprattutto la pelle, ci è rimasto molto poco: rare fotografie d’epoca, alcuni inventari notarili, qualche traccia botanica. Da questi frammenti possiamo intuire la grande utopia, la personale visione del mondo che guidò Tommaso per oltre trent’anni nella costruzione di un luogo ideale da rendere visibile a tutti.

In qualche modo anche il tempo impiegato per recuperare il giardino – sono stati necessari quasi 19 anni tra progetti e lavori – testimonia di come questo giardino rappresenti un’ “opera aperta”. Il restauro non è il punto conclusivo di una minuziosa ricerca filologica finalizzata alla mera conservazione, ma piuttosto il riavvio di un processo evolutivo che fa di questo luogo uno spazio dinamico entro cui rappresentare le aspettative migliori della nostra Weltanschauung.

Le sfide

Per il restauro abbiamo dovuto affrontare una serie di questioni sia tecniche che stilistiche. Innanzi tutto la scarsità di informazioni concernenti l’origine del giardino: le notizie biografiche del Bortolotti sono frammentarie, non c’è alcun disegno di progetto, non vi sono documenti relativi alla costruzione né all’acquisto delle piante.

Inoltre il giardino, all’epoca di acquisizione da parte del Comune di Lavis (1997), era in pessimo stato di conservazione ed il materiale vegetale originale era sostanzialmente perduto. Per questo è stata svolta un’indagine di tipo stratigrafico per individuare i sistemi idraulici e di riscaldamento sotterranei, ed una ricerca botanica su piante e varietà in uso durante l’epoca di costruzione.

Infine il tema della trasformazione da spazio privato ed individuale in luogo aperto al pubblico e dedicato alla collettività, che ha richiesto l’esecuzione di importanti opere per la messa in sicurezza della parete rocciosa. Anche l’ingresso, la serra ed altri elementi del percorso pubblico sono stati progettati ex novo, cercando di rendere gli interventi riconoscibili ma non esibiti, mentre l’introduzione di elementi di arredo, protezioni, illuminazione, sistemi tecnologici di irrigazione e controllo ha richiesto un grande sforzo di mimetizzazione ed adattamento.

La squadra

Assieme a me hanno lavorato Claudio Micheletti e Loredana Ponticelli, con cui abbiamo fondato A²studio che ha coordinato il restauro, la progettazione e la direzione lavori. Nella fase iniziale la prof. Ada V.Segre ha curato la ricerca storico-paesaggistica e botanica, mentre Alfonso Dalla Torre ha sempre seguito tutti gli aspetti strutturali e geomeccanici.

Cesare Micheletti

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