Le nuove biotecnologie applicate alla vite consentirebbero di creare vitigni resistenti alle malattie facendo a meno di fitofarmaci
“I pesticidi si superano con la genetica. Su questo s’impegni la Fondazione Mach”. Non lascia dubbi il titolo di una lettera indirizzata a un quotidiano locale da Maurizio Petrolli, membro del cda di cui fa parte da sei anni. Ha quindi vissuto, sono parole sue, la fase di trasformazione giuridica dell’Istituto Agrario Provinciale di S. Michele in Fondazione Edmund Mach. Il ragionamento del consigliere Petrolli è lineare e facilmente riassumibile. Né la riduzione dell’impiego di fitofarmaci, né l’ipotesi improbabile di una totale conversione dell’agricoltura convenzionale/integrata in agricoltura biologica saranno sufficienti da sole o insieme a risolvere in maniera radicale e definitiva il problema dell’inquinamento ambientale, con conseguenze drammatiche a medio e lungo termine sulla salute umana. La strada da percorrere è la genomica di base e applicata per ottenere piante resistenti ai patogeni e in grado di affrontare le difficoltà conseguenti ai cambiamenti climatici. La Fondazione Mach ha finora ben operato in questo campo ottenendo risultati ampiamente validati e riconosciuti a livello internazionale e nazionale. Il sequenziamento del genoma di vite, melo, pero, pesco, fragola, lampone e olivo rappresenta un traguardo i cui risultati fanno ormai parte del patrimonio di conoscenze fruibile dall’intera comunità scientifica mondiale. I ricercatori del Dipartimento Genomica e Biologia delle piante da frutto hanno lavorato finora con l’ausilio di marcatori molecolari adottando metodi di genetica tradizionale (classica) rappresentata da incrocio e selezione. Oggi sono disponibili due nuove biotecnologie che consentiranno nel medio periodo di ottenere nuove varietà di piante evitando gli aspetti negativi e male accettati dall’opinione pubblica (ma sostenuti dai ricercatori) della transgenesi (OGM). Si tratta della cisgenesi e del genoma editing. La cisgenesi consente di trasferire nel genoma di una pianta un frammento di DNA migliorativo proveniente da una pianta donatrice della stessa specie. Applicata alla vite, essa consente di ottenere un clone resistente di un vitigno tradizionale senza modificare la sua identità e il profilo organolettico dell’uva e del vino che se ne ricava. Lo stesso risultato si può ottenere con il genoma editing che consiste nel modificare uno o più geni interessanti lasciando inalterata la struttura originaria del genoma.
Alla luce di questa prospettiva, accettata da tutto il mondo avanzato della ricerca e recentemente condivisa e sostenuta anche dal ministro attuale per le Politiche agricole, forestali e agroalimentari, scrive Petrolli nella lettera, si rivela preoccupante l’incertezza per una non dichiarata e nuova visione programmatica della Fondazione Mach. Dalla lettura del documento programmatico (2016-2018) approvato all’unanimità dal cda, si desume un sostanziale spostamento di indirizzo verso l’agroalimentare. La conseguenza del mutato orientamento si traduce, conclude Petrolli, nella diminuzione del budget assegnato al dipartimento genomica (13% del totale assegnato alla ricerca).
La lettera che abbiamo fin qui riassunto nei tratti essenziali non ha avuto finora riscontri ufficiali, ma in base ad una serie di contatti personali possiamo affermare che la proposta di Petrolli ha suscitato reazioni contrastanti.
E’ inusuale il fatto che solo un consigliere su 12 prenda posizione aperta su un argomento di così grande portata. Un nostro sondaggio a livello di consiglieri (non si riportano nomi per evitare inutili contrapposizioni) porta a ricostruire un mosaico assai diversificato di opinioni. Da un consiglio di amministrazione che è espressione diretta dell’agricoltura trentina (sindacati, cooperazione, organizzazioni di produttori) si dovrebbe poter pretendere una presa di posizione se non unanime, almeno a maggioranza.
Nel numero di aprile 2016 di IASMA Notizie la nuova direttrice del CRI, Annapaola Rizzoli, riferisce che la nuova struttura organizzativa del Centro ricerca e innovazione è basata su 4 Dipartimenti (Agroecosistemi Sostenibili e Biorisorse; Biodiversità ed Ecologia Molecolare; Genomica e Biologia delle Piante da Frutto; Qualità Alimentare e Nutrizione), a loro volta articolati in 15 Unità di ricerca a cui si aggiunge un’unità trasversale di Biologia computazionale. La direttrice parla di tre aree prioritarie di ricerca e di due domini scientifico-tecnologici trasversali. Vi è compresa anche la voce biotecnologie e genomica, ma non c’è alcun accenno a trattamenti preferenziali tra dipartimenti. Si insiste per contro su un auspicato grado di integrazione e interdisciplinarietà fra dipartimenti e gruppi di lavoro.
A favore della tesi di Petrolli si schiera il prof. Attilio Scienza che già un anno fa aveva sottoscritto con Francesco Salamini un appello a non rinunciare al ruolo di traino che la FEM potrebbe assicurare alla ricerca genetica avanzata a livello nazionale. Di segno nettamente contrario è il parere raccolto all’interno dello stesso Centro ricerca e innovazione di chi stigmatizza la prevalenza di importanza e di fondi attribuiti in passato al Dipartimento Genomica e Biologia delle piante da frutto e reclama pari dignità fra i quattro dipartimenti. La questione rimane aperta ad ulteriori contributi.