Il suo nome era “Béla Kun”

Le vicende, il ritmo, i luoghi scorrono come in una pellicola. Emerge il dato fondamentale: l’adesione spontanea di tanti ragazzi alla Resistenza, la volontà di non sottomettersi all’oppressore

E’ stato presentato venerdì scorso 21 novembre alla Sala Aurora di Palazzo Trentini per iniziativa della Presidenza del Consiglio provinciale di Trento e dell'Anpi del Trentino “Ultimi racconti '944”, un libricino di testimonianze sulle vicende partigiane di Mario Bernardo, trentino e veneziano, che 70 anni fa si salvò dal rastrellamento tedesco del Monte Grappa.

Prossimo ai 96 anni, vivacissimo e lucido nel ricordo, Mario Bernardo da una dozzina d’anni si è ritirato a Bieno, il paese della madre a cui è sempre stato legato da affetto come terra delle origini.

E’ stato direttore della fotografia in film di registi famosi come Roberto Rossellini e Pier Paolo Pasolini, per 25 anni docente di Tecnica della ripresa al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, ma quegli anni giovanili d’impegno e d’avventura non li ha mai scordati.

La storia narrata da Bernardo a modo suo ha l’andamento della sceneggiatura di un film, la “pulizia del Grappa”, il micidiale rastrellamento voluto da Kesselring, con 8 mila tedeschi contro poche centinaia di partigiani che avevano pochissime armi e non disponevano di munizioni. Il massacro del Grappa fu un insieme di malghe e masi incendiati, combattenti e popolazione inerme stretta nella furia di reparti ben equipaggiati e senza pietà, un eccidio. A quelle distruzioni di cose e di uomini seguirono le dimostrazioni “esemplari” come quella dell’impiccagione di decine di giovani partigiani sul viale alberato di Bassano del Grappa, usando per cappio i fili elettrici, un episodio che Tina Anselmi ricordava sempre come momento iniziatico e decisivo delle sue scelte di vita e della sua adesione alla Resistenza come staffetta partigiana. La sua scuola intera infatti era stata costretta dai nazisti a sfilare con centinaia di ragazze e ragazzi davanti a quel lugubre scenario.

Quei partigiani – osserva Mario, Nome di battaglia “Béla Kun” (il rivoluzionario svedese) e poi “Radiosa Aurora” – si diedero alla clandestinità per una società di pace, per una convivenza serena, insomma per poter fare la vita che facevano tutti i giorni prima della guerra. “Ho scritto queste cose anche per far capire la sofferenza di quei combattenti. Cercando di metterci in salvo con i miei uomini, siamo stati per 6 giorni senza mangiare e quasi senza bere”. Erano arrivati a mangiare le foglie degli arbusti e quei giovani dovevano aprire la bocca rivolti al cielo per potersi dissetare!

Leggendo il testo sembra di assistere alla proiezione di un film: l’8 settembre che lo coglie ufficiale alpino alla Mendola; la decisione di ribellarsi agli ordini assurdi; i tentativi anche rocamboleschi di fuggire alla cattura come quando sullo scompartimento di un treno declama dei versi di Orazio in latino suscitando l’ammirazione di un ufficiale tedesco e così si salva in quel frangente; il ritorno a Venezia e l’adesione alle formazioni partigiani bellunesi del Grappa.

Tutto è descritto senza retorica; non parla mai, Mario Bernardo, in prima persona. Le vicende, il ritmo, i luoghi, li fa scorrere come in pellicola mai tralasciando il dato umano fondamentale, l’adesione spontanea di tanti ragazzi, il senso di rivolta, di non sottomissione all’oppressore, anche gli errori, le ingenuità: come quando si scopre che su 28 uomini di un gruppo partigiano, solo 8 sono armati.

Il volumetto riporta anche la storia di una formazione di “garibaldini” che riesce a liberare 70 prigionieri: e ci riesce pur dotata di armi volutamente scariche. “Il contenuto poetico della Resistenza!”, ride fragorosamente. E c’è anche la stringata biografia di un uomo di nome Carlo, un comandante partigiano a suo modo eroico e altruista, di cui nessuno poi si ricordò quando morì.

Mario Bernardo – che nel corso della sua vita è stato autore di circa 400 tra film, documentari e sceneggiati televisivi – ha poi tradotto e dato seguito a quei suoi impeti giovanili con l’impegno civile per un’Italia che fosse memore di quei giovani caduti per un ideale di libertà e giustizia.

Questa presentata a Palazzo Trentini è la prima di una serie di pubblicazioni di carte e documenti inediti che intende divulgare. E’ un proposito serio di studio e lavoro per i mesi a venire. E lui ride, ilare e mansueto, saggio – come un giovane di belle speranze.

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