“Curiamo sempre di più l’igiene e la qualità”

I volontari di Trentino Solidale, che ogni anno “recuperano” 2 mila tonnellate di cibo: “Il nostro compito è anche educativo”

Nella sede operativa di viale Bolognini, i volontari di Trentino Solidale non interrompono un minuto il frenetico ma ordinato lavoro cominciato alle cinque del mattino con l'uscita dei primi furgoni e destinato a proseguire fino alle cinque del pomeriggio.

I responsabili della Onlus fondata nel 1999 sono disposti a confrontarsi con i punti interrogativi suscitati dal corsivista di Vita Trentina (vedi sopra). “Ma prima venite e vedete con i vostri occhi il nostro sistema di lavorazione dei freschi e l'attenzione alla qualità”, premettono la neopresidente Giovanna Fadanelli, eletta nel marzo scorso con altri sei consiglieri, e il vicepresidente Giorgio Casagrande. “Dopo la visita vi sarà più chiaro che le condizioni igieniche sono garantite e che il controllo dei nostri volontari è molto rigoroso, confezione per confezione. Abbiamo sempre più cura, per quanto possibile, perchè non si consegnino prodotti in cattive condizioni”, anticipa Fadanelli.

Ore 11. Rientrano dai supermercati i furgoni con gli alimenti, ordinatamente stivati in contenitori adatti che vengono igienizzati per “ripartire” al giro successivo. I prodotti “freschi” vengono affidati subito alle mani e all'occhio dei volontari che cerniscono solo i cibi di buona qualità (“il resto finisce tutto lì fuori, nel bidone dell'organico”, precisano) e li suddividono per tipologia: frutta, verdura, yogurt, affettati… In un locale attiguo si confezionano gli scatoloni destinati nel pomeriggio ai vari punti di distribuzione: attenzione che non rimanga nulla da “smaltire”. “Nell'arco temporale di 5, 6 ore al massimo, i prodotti freschi arrivano da noi e vengono consegnati, così da garantire conservazione e anche igiene”, assicura Giorgio Casagrande, che oggi è anche responsabile del servizio denominato 117 ed è stato fra i primi volontari della raccolta assieme al pionere Bruno Masè. “Cinque anni fa eravamo sei o sette persone, adesso siamo 200 volontari che distribuiscono 70 quintali di cibo al giorno per gli indigenti, dal lunedì al sabato”. Le cifre esibite con soddisfazione esprimono un boom “quasi esponenziale”, ma la quantità crescente di merce “recuperata” non esime da un discorso sulla qualità e sui destinatari. “Per dire quanto ci preme l'attenzione alla merce – replica Casagrande, pure presidente del Centro Servizi Volontariato – la strategia che abbiamo definito e stiamo gradualmente perseguendo è quella del cibo a chilometro zero: vorremmo riuscire a ridistribuire sullo stesso territorio dove le eccedenze sono state raccolte. Grazie ai volontari e agli enti locali in alcune zone già ci riusciamo (cita Giudicarie, Rendena, Lomaso, Valsugana, Vipiteno e Affi ma ora guarda anche a Fiemme e Fassa, ndr) ottenendo anche un risparmio di risorse: meno furgoni che girano, meno inquinamento”.

Con i prodotti scaduti, come la mettiamo? Qui, la risposta è articolata, perchè parte dalla constatazione che la data di scadenza ha un valore soprattutto commerciale: “Per noi è decisivo il consumo immediato e il controllo diretto della merce che peraltro risente molto anche delle modalità in cui è stata conservata: sappiamo tutti per esperienza che un prodotto può essere avariato anche se rispetta la data di scadenza”. Fanno poi osservare che talvolta alcuni prodotti vengono considerati eccedenze solo perchè l'imballaggio si è rovinato o per problemi estetici che non intaccano la qualità. “Dobbiamo tenere presente che il nostro servizio nasce soprattutto come lotta allo spreco alimentare, favorito dalla famosa legge del buon samaritano – osserva Fadanelli – ha quindi un significato ecologico, ma anche sociale e perfino educativo. Possiamo dimostrare alle classi o ai gruppi in visita che qui si fa anche welfare generativo”. In che senso? Non pochi degli utenti che hanno beneficiato del cibo si rendono disponibili come volontari: quasi la metà. “Ci sono anche persone – aggiunge Casagrande, testimone pochi giorni fa di quest'esperienza all' Expo di Milano – che hanno operato in questi magazzini durante un periodo di lavoro socialmente utile, alternativo alla detenzione secondo il decreto “svuotacarceri”. In molti casi si sono creati solidi legami personali, che hanno favorito la promozione della dignità personale”.

Ma i destinatari dei prodotti? C'è il rischio dell'opportunismo e del pendolarismo dei bisognosi fra le varie…parrocchie. “Anche su questo ci siamo interrogati e lo scorso anno abbiamo introdotto un'utile misura deterrente: una tessera con foto – senza troppa burocrazia, che non riusciremmo a gestire – ci consente un qualche controllo sulle persone che si rivolgono ai vari punti di distribuzione: sappiamo che i furbi ci saranno sempre, cerchiamo di individuare almeno i troppo furbi”. Non si favorisce la passività, distribuendo cibo a persone con cui non si costruiscono progetti personalizzati di uscita dal bisogno? “Siamo consapevoli – riconosce la presidente Fadanelli – che il nostro compito non può essere esaustivo, anche se con altri progetti ci occupiamo anche di altri aspetti, come l'abitazione o il lavore. Come dice lo slogan “perchè il cibo non finisca nei cassonetti” noi cerchiamo di fare la nostra parte contro lo spreco, ben sapendo che poi saranno le realtà del territorio – alcune già collaborano forte con noi – ad attivarsi per creare una relazione con le famiglie in difficoltà e accompagnare la loro crescita”.

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