Lasciamoci toccare da Dio

I lettura: Levitico 13,1-2.46-46;

II lettura: 1Corinzi 10,31-11,2;

Vangelo: Marco 1,40-45

Ve l’immaginate un individuo che va in giro gridando: “State lontani… Non avvicinatevi… cambiate marciapiede!”? Oppure una persona che, per non correre il rischio d’incontrare gente, andasse in giro di notte, magari nelle ore più impossibili? Ecco, i lebbrosi – 2000 anni fa – dovevano comportarsi così. La prima lettura di questa Domenica parla chiaro. Non potevano nemmeno presentarsi al Tempio. Esclusi, emarginati sotto tutti i punti di vista.

Ora, facciamo un altro sforzo d’immaginazione: come saremmo noi se dovessimo vivere totalmente isolati gli uni dagli altri, senza rapporti con nessuno, impossibilitati perfino a dire, o a sentirci dire, “buon giorno”? Siamo fatti in modo tale che non possiamo prescindere dai rapporti con gli altri, dall’avere relazioni: se mancassero ci ridurremmo peggio degli animali… Anzi, direi che valiamo in base alle relazioni che coltiviamo (e non mi riferisco a quelle – vere o presunte – con personaggi di rilievo, delle quali vantarsi dicendo: “Ah, io quello lo conosco: ci diamo del tu…”). Alludo semplicemente alle relazioni più abituali di cui tutti abbiamo esperienza. Ho fatto una constatazione sorprendente a questo riguardo: da un lato, ho conosciuto monaci o monache che, pur vivendo in clausura, sono in relazione con molta gente e, dall’altro, so di persone che non vivono affatto in convento ma in città, vanno in giro tutti i giorni, ma sono perennemente sole, o perché non hanno relazioni con nessuno, oppure, se ne hanno, sono estremamente povere, superficiali. Non le aiutano per niente a vivere. Noi trentini, poi, siamo particolarmente diffidenti quando si tratta di entrare in relazione con sconosciuti. Questa diffidenza però oggi è molto diffusa anche altrove: ci si difende in tutti modi dalla complessità sociale, si nutre paura nei confronti dei molti stranieri che si incrociano (anche perché tra loro a volte si annida la delinquenza), e in tal modo si costruiscono steccati di diffidenza, si evita di entrare in relazione. C’è anche chi strombazza e predica la chiusura, la difesa ad oltranza, il rifiuto…Di questo passo, il futuro che si costruisce non potrà che essere di emarginazione; ma nasce un interrogativo: chi saranno allora gli emarginati? Quelli che oggi teniamo alla larga, oppure noi stessi? Eh, sarà tutto da vedere!

Ma… cosa dice il vangelo a questo riguardo? Parla chiaro, non c’è dubbio, e proprio il brano di questa domenica che riferisce l’incontro di Gesù con un lebbroso. Lo guarisce sì, ma è interessante il modo in cui lo fa: lo tocca! Quel disgraziato, dal quale tutti stavano alla larga, Gesù lo tocca! Se l’avessero visto i farisei l’avrebbero immediatamente lapidato. Ma a quel lebbroso non bastava un intervento a distanza: fu la relazione a ricuperarlo alla dignità, alla vita. E pur di entrare in relazione con lui, Gesù infrange anche la legge che imponeva di stare alla larga dai lebbrosi… Ragioniamo un po’: chi è quel Gesù che osa toccare quel lebbroso? È il Figlio di Dio. Quindi è Dio stesso che si avvicina a noi – a ognuno personalmente – e ci tocca (quale altro verbo se non questo per dire che si tratta di una relazione “personale”?). La cosa è ancor più sorprendente se pensiamo che, per bene che vada, noi siamo abituati ad avere rapporti tra noi, su uno stesso piano di umanità e di comune convivenza, ma qui si tratta di un’esperienza talmente straordinaria che non è nemmeno immaginabile: chi mai può pretendere di entrare in relazione con Dio? Nessuno, in nessun modo (“Nessuno ha mai visto Dio” ci fu detto a Natale). Ed ecco che Dio stesso ha preso l’iniziativa: è entrato in relazione con noi. Gesù che tocca quel lebbroso è Dio che vuole entrare in relazione con ogni persona – nessuno escluso: sì, proprio nessuno escluso, perché quel lebbroso rappresenta il massimo dell’emarginazione che si possa immaginare. Se è vero che le relazioni ci trasformano, ci costruiscono, chi potrà pensare che sia poca cosa intrattenere una relazione con Dio? Se Gesù è con noi, e noi siamo con Gesù, ogni nostra relazione può maturare in qualità, diventare più vera, più affidabile, preziosa. Dalla semplice relazione di conoscenza tra vicini o colleghi, a quella più cara e preziosa che intratteniamo con coloro che amiamo. Se Gesù è con noi e noi siamo con Gesù, non c’è motivo d’aver paura ad aprirsi a realtà e a culture diverse dalla nostra; coloro – tra i cristiani – che predicano o diffondono paura, vuol dire che hanno una povera relazione con Gesù Cristo, o addirittura nessuna. Con Gesù Cristo si impara a combinare insieme apertura e prudenza, accoglienza e ponderatezza, in un unico atteggiamento equilibrato. Se Gesù è con noi e noi siamo con lui, non c’è motivo d’avere paura di fronte alla complessità del mondo d’oggi, non c’è ragione di erigere steccati o muri, perché gli steccati e i muri testimoniano solo la debolezza di chi li costruisce. Se Gesù è con noi e noi siamo con lui, anche la novità, anche la complessità può diventare occasione provvidenziale per verificare la consistenza della nostra fede, per arricchirci umanamente di valori che noi forse stiamo perdendo o abbiamo già perduto… Il cristianesimo, del resto, è cominciato proprio così: un gruppo, una percentuale insignificante di uomini e donne, ha avuto il coraggio di entrare in relazione con un mondo estremamente complesso, se non addirittura ostile. Se Gesù è con noi e noi ci lasciamo toccare da Gesù, tutto questo è ancora possibile, anche ai nostri giorni.

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