Isaia 66,10-14c;
Galati 6,14-18;
Luca 10,1-12.17-20
Prosperità, benessere, pace per tutti… tanto abbiamo fatto il callo a queste parole, che ormai le sentiamo ripetere come un’utopia che stenta a trovare realizzazione. Eppure – utopia o no – proprio questa è la bella notizia della nostra fede, dai tempi di Isaia che diceva per incarico di Dio: “io farò scorrere come un fiume la pace…” ai tempi di Gesù, che manda in giro discepoli ad annunciare: “Il regno di Dio è vicino… Se qualcuno ama la pace, la pace scenderà su di lui”. Sulle labbra dei profeti – e di Gesù stesso – pace suona “shalòm”, che vuol dire benessere, sicurezza, concordia, serenità, ed altro ancora. Ma troppe vicende umane, troppi eventi quotidiani sono in netta contraddizione con questo “regno di Dio”, fatto appunto di “shalòm”.
Sul piano dell’esperienza personale c’è chi non ha problemi (e beato lui!), ma c’è anche chi ai problemi pare aver fatto l’abbonamento. Se guardiamo poi nell’ottica sociale, stiamo attraversando un momento che non è proprio dei più allegri: alto tasso di disoccupazione tra i giovani, ma non meno allarmante tra gli adulti, sia in Italia che in altri Paesi. Per non dire dei fenomeni migratori la cui entità (costituita in massima parte da profughi e rifugiati) ha raggiunto percentuali mai viste in passato. Al che, la reazione di certa opinione pubblica in non poche nazioni è quella del rifiuto, dei respingimenti, della chiusura delle frontiere. E non mancano i leader che a quella reazione danno la forma di progetti politici, che hanno lo strano vecchio odore di passati nazionalismi (alla faccia di chi afferma che le ideologie sono sparite per sempre).
Come può realizzarsi il regno di Dio in queste situazioni?
“La messe è abbondante”, sì ha ragione Gesù: non solo è abbondante, ma è anche ingarbugliata, infestata da erbe cattive che sembrano non morire mai.“La mèsse è abbondante ma sono pochi gli operai. Andate: io vi mando come agnelli in mezzo a lupi (lo sa bene il Signore che la situazione non è rosea…). Non portate borsa (la borsa lasciatela a New York, a Londra, a Zurigo, o a Milano…), né sacca, né sandali portate (perché l’unico bagaglio da portare è il vangelo), e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada (cioè, non perdetevi in chiacchiere, o in discorsi contorti e inutili che lasciano il tempo che trovano).
Ma chi sono questi tali ai quali si rivolge il Signore? Settantadue discepoli, dice Luca – chiamati da Gesù tra tutti quelli che lo seguivano e designati, cioè incaricati di portare ovunque la notizia del Regno: Dio è in mezzo a noi e lo sta realizzando. Non è casuale il numero. A quel tempo si pensava che le nazioni del mondo fossero appunto 72. Ed allora è come dire: qui ce n’è per tutti. Tutti i credenti, tutti i cristiani di ogni cultura e nazione. Sì, ma… questo è ancora generico. Amo pensare che da quei settantadue siamo rappresentati anche noi: ci siamo anche noi in quel numero. Amo pensare che quel giorno Gesù, vedeva anche me, te, e ognuno di noi dietro i volti di quei settantadue. E quindi è a noi che dice: “Andate. Voi siete gli operai di questa messe abbondante e un po’ caotica che è il mondo: il vostro mondo di oggi! Andate!”.
Ecco, questo è il dato della nostra carta d’identità che non ci è ancora diventato molto familiare: essere cristiani, in un certo senso, è come essere sempre in movimento, sempre in viaggio… Anche se uno non si muove mai da casa nemmeno per andare in ferie, anche per lui – se si ritiene cristiano – la vita è un andare, per incarico di Gesù Cristo. “Annunciate che il Regno di Dio è vicino!”. E come? “Oggi ai cristiani è chiesto di non venir meno al loro compito di annunciare il vangelo del Regno di Dio, ma questo annuncio non può essere disgiunto da un comportamento limpido, una pratica cordiale dell'ascolto, del confronto e dell’accoglienza dell’altro. L'annuncio cristiano non deve avvenire a ogni costo, né attraverso forme arroganti. Già all'inizio del II° secolo si diceva: «il cristianesimo è opera di grandezza, non di persuasione» (E. Bianchi).
Ma, più concretamente, cosa vorrà dire annunciare? Riuscite a immaginare voi stessi nell’atto di prendere la parola in pubblico per annunciare il vangelo, il regno di Dio? No, pochi hanno la stoffa dei predicatori televisivi americani. Del resto Gesù, con quei settantadue, non ha insistito tanto su quello che avrebbero dovuto dire; ha speso più raccomandazioni per dire come dovevano essere, come avrebbero dovuto presentarsi. Al che mi permetto di cogliere ancora da Enzo Bianchi questa conclusione: “I cristiani di oggi sappiano innanzitutto essere testimoni di quel Gesù che ha raccontato Dio agli uomini con la sua vita umana. Il primo mezzo per annunciare che il Regno di Dio è qui, resta la testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, una vita segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione, pace, una vita animata dalle ragioni della speranza”. Superfluo aggiungere a questo punto che la cosa ci riguarda proprio tutti: sia quelli che hanno le parole facili, sia quelli di poche parole, perché qui – prima che con le parole – è con la vita che si annuncia la bella notizia che Dio è tra noi. Le parole possono fare solo rumore, ma la vita – vissuta in un certo modo – è ancora in grado di annunciare, di impressionare.