Le traduzioni (e tradizioni) del “Padre nostro”

Ho letto che, dopo le parole del Papa sul "Padre nostro" per cui "non è Dio a indurci in tentazione, ma Satana", la CEI vuole introdurre anche nei messali la nuova traduzione dell'ultimo versetto della preghiera insegnataci da Gesù. Così si dirà "non abbandonarci alla tentazione". In Francia è invece presente un'altra traduzione che dovrebbe circa suonare così in italiano: "non lasciarci entrare nella tentazione". Sono sfumature di non poco conto a cui si aggiunge il fatto che soprattutto nell'Antico Testamento, molte volte è proprio Dio che mette in tentazione e indurisce il cuore dell'uomo.

Tutto ciò mi rende perplessa. Tu cosa ne dici?

Maria

Per rispondere al tuo quesito occorre innanzitutto fare una premessa. Come accade per ogni passaggio da una lingua all’altra, anche le traduzioni della Bibbia sono sempre interpretazioni. Tradurre significa tramandare ma pure tradire. Non può esistere “la” traduzione corretta, quella valida una volta per sempre: essa invece sarà influenzata dall’epoca, dal contesto culturale e, per quanto riguarda il testo sacro, dalla visione teologica sottostante.

Venendo al Padre nostro, la traduzione in uso fino ad oggi risale al 1971. Alcuni anni dopo, nel 1988, si pensò di limarla ulteriormente: un gruppo di lavoro formato da biblisti – c’erano anche l’arcivescovo di Bressanone Egger e il cardinal Martini – portò a una nuova proposta che nel 2008 venne adottata dalla Cei. Tuttavia essa non è entrata ancora nei Messali liturgici, cosa che dovrebbe avvenire in queste settimane.

L’attenzione si è concentrata sull’ultimo versetto (Mt 6,13 e Lc 11,4) che abbiamo imparato a recitare nella traduzione: “e non c'indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Due sono i problemi più spinosi: come rendere il verbo “indurre” e se sia preferibile il termine astratto “male” oppure la sua personificazione nel “Maligno”. E qui gli esperti si dividono. Inutile in questa sede discettare sulle ricerche e sugli studi di chi ne sa più di noi, benché il verbo greco eis-phero (tradotto con il latino in-ducere) indichi senza dubbio un “portare verso”, uno “spingere”, un “fare entrare” (che comunque è meno forte di indurre) piuttosto che un “lasciare” o un “abbandonare”. Non è un caso che in altri passi del Nuovo Testamento dove è presente quel verbo greco, esso implichi sempre un’azione attiva che si muove “in direzione di qualcosa”. Nel mondo protestante è di solito tradotto con “esporre”. Sulla stessa linea l’interpretazione dei vescovi francesi da te citata: “entrare” è un verbo di movimento che forse si avvicina di più al greco del testo.

Papa Francesco, in coerenza con la sua impostazione basata sulla misericordia, ha espresso chiaramente la sua idea, presente nella tradizione della Chiesa antica: Dio ci vuole liberare dal male e non ci mette in tentazione per farci cadere. A volte però ci troviamo in situazioni così difficili e rischiose da sperimentare la sensazione di essere non solo abbandonati da Dio, ma proprio spinti là dove non volevamo andare. La fede viene spesso messa alla prova. Lo strano inizio del libro di Giobbe nel quale, in una sorta di “scommessa”, Dio permette al Satana di sviare con ogni tipo di sofferenza e prova l’innocente e giusto Giobbe, resta come racconto perfettamente illustrativo della nostra condizione di credenti. Per risolvere questa intrinseca difficoltà non basterà una traduzione diversa oppure affermare che la mentalità semitica attribuiva anche il male a Dio (cfr. Is 45,7).

Mi ha sempre colpito un’affermazione di Primo Levi che, come noto, era lontanissimo dalla religione privilegiando una visione naturalista della realtà. Eppure a chi gli chiedeva dove avesse trovato le forze per sopportare il lager diceva che nella vita possono sorgere delle energie intime nascoste, di cui ignori la provenienza. Sulla stessa linea San Paolo: “Dio non permetterà mai che siate tentati oltre le vostre forze, ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1 Cor 10,13). Forse dovremmo domandare a Dio questa forza, questa capacità di resistenza al male.

I due versetti finali del Padre nostro non possono allora essere disgiunti: la liberazione dal male passa attraverso la capacità di resistere alle tentazioni. Nella preghiera insegnataci da Gesù la tentazione per eccellenza è la prova finale escatologica, il combattimento decisivo contro il male, una lotta che pure nei Vangeli viene descritta con immagini molto forti (vedi il rimprovero di Gesù a Pietro nel Getsemani di Lc 22,31) o apocalittiche, segno della sua difficoltà.

Forse si potrebbe trovare una via interpretativa in grado di essere più comprensibile alla nostra sensibilità: chiedere a Dio di non indurci o non abbandonarci nella tentazione di credere che il male sia così forte che tu non ce ne possa liberare. Probabilmente è questa una delle più grandi tentazioni di questo tempo.

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