“L’Europa al bivio” è parte del titolo della ventesima edizione del Festival dell’Economia di Trento. Il tema non è particolarmente originale, ma certamente urgentissimo e quantomai appropriato ai giorni nostri. In effetti, l’Unione europea (UE) è sempre stata “al bivio” fin dai giorni della sua creazione nei lontani anni ’50.
Non riuscendo per motivi politici a partire immediatamente con il modello più funzionante e democratico di allora, cioè gli Stati Uniti, i sei paesi fondatori della Cee, fra cui l’Italia, si accontentarono di ricorrere su suggerimento di Jean Monnet ad un modello di tipo funzionalista: mettere in comune alcuni settori dell’economia per poi prendere la direzione di un’autentica federazione, gli Stati Uniti d’Europa come si diceva allora. Sogno dei fondatori, come Degasperi, che ritenevano la federazione l’unica istituzione in grado di assicurare la pace interna fra gli europei e di respingere eventuali attacchi esterni (eravamo all’inizio della “guerra fredda”). Essendo invece partiti con un semplice sistema di cooperazione economica il problema fin dall’inizio è stato quello di aggiornare di volta in volta la costruzione europea aggiornandola alle necessità che emergevano nel corso del cammino. In questi oltre sette decenni abbiamo quindi assistito a ben cinque diverse riforme del Trattato originario di Roma, dall’Atto Unico Europeo del 1985 fino al più recente Trattato di Lisbona del 2008. Eppure, il sistema decisionale dell’UE rimane barocco e inefficiente e la sola economia non basta più.
Il mondo oggi è profondamente cambiato e le grandi istituzioni multilaterali come l’Onu sono quasi scomparse ed in ogni caso non sono in grado di impedire i conflitti e le guerre. Le relazioni internazionali sono ritornate, come ai tempi di Metternich o di Bismark, ad essere un affare gestito dalle varie potenze, soprattutto quelle più grandi. Per di più anche le relazioni economiche hanno perso la loro caratteristica di “soft power”, cioè di un sistema di incentivi da utilizzare per creare le condizioni atte ad evitare la guerra.
L’esempio principale di questa “filosofia” era stato dimostrato dalla decisione di Angela Merkel di contenere l’aggressività russa di Putin all’indomani della prima guerra di Crimea del 2014.
L’anno successivo, infatti, la Merkel firmava con Putin il contratto per la costruzione di un’altra pipeline del gas (Nord Stream 2) che saltava l’Ucraina per arrivare direttamente in Germania. Con questo atto di “soft power” la Merkel pensava di calmare le ambizioni imperiali di Putin legandolo più strettamente all’Occidente. Calcolo sbagliatissimo perché per Putin la questione ucraina non era economica, ma di influenza politica. In aggiunta si accresceva così drammaticamente la dipendenza europea dal gas russo.
Oggi poi con l’arrivo di Trump al potere negli Usa le leve economiche vengono utilizzate in modo inaspettatamente aggressivo.
Dazi e tariffe sono le armi dell’economia americana da cui l’UE trova enorme difficoltà a difendersi e a reagire con efficacia. Anche se quella commerciale è una competenza esclusiva di Bruxelles i 27 Stati membri hanno la tentazione ad agire per proprio conto sulla base dell’egoismo nazionalistico. Si entra a questo punto nella parte di sostanza del Festival, poiché di fronte al bivio l’UE deve oggi considerare “rischi e scelte fatali”. I rischi sono abbastanza evidenti.
Neppure sul fronte dell’economia l’UE ha terminato il suo processo di integrazione. Manca, come sottolineato nel rapporto di Enrico Letta, il completamento dello stesso mercato interno: non vi è quello dei capitali e le quattro grandi libertà di movimento (merci, persone, capitali e servizi) sono irte di ostacoli. Non vi è neppure una fiscalità comune.
Come resistere quindi allo strapotere economico americano, a quello cinese e della sempre più potente India?
L’Europa sta anche perdendo la battaglia dell’innovazione e della competitività come denuncia l’altro rapporto di Mario Draghi e la sua crescita economica complessiva ne soffre enormemente.
È chiaro, quindi, che per evitare il rischio di una debacle economica l’UE deve completare l’integrazione della propria economia. Ma anche se ciò dovesse avvenire, è oggi sorto un ulteriore problema: il distacco dal sistema occidentale dell’America trumpiana.
Non più quindi un’automatica copertura di sicurezza da parte di Washington, ma un caotico approccio alla Russia nemica verso la quale appare terribilmente evidente l’assenza dell’UE.
Se potrà o meno sedersi al tavolo di un eventuale negoziato di pace sull’Ucraina fra Mosca e Washington all’UE rimarranno solo le briciole di una pace dettata dai grandi e che non potrà che essere ingiusta.
L’attuale “mezza Europa” nel campo economico non potrà mai confrontarsi sul piano della sicurezza con Russia, Cina o Usa. Il rischio è allora quello ben più grande di un indebolimento inarrestabile e la fine di un processo di integrazione che era stato visto come esemplare in tutto il mondo, ma che oggi mostra i segni della sua grande incompletezza.
Bisogna quindi agire con urgenza. Raccogliamo quindi l’appello del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che a Coimbra, in Portogallo, ha esclamato “nessuno dorma”!