Il lavoro che manca, l’assillo dei giovani

Ci saranno fra loro anche qualche “bamboccione” e molti “Neet” (quelli che non hanno e non cercano lavoro), ma i giovani del 2017 non si meritano generalizzazioni e pregiudizi. La maggior parte dei ventenni-trentenni italiani, dopo gli anni della crisi, accetta di adattarsi ad un lavoro meno remunerato e anche meno coerente con la propria faticosa carriera di studi. Lo documenta una ricerca qualitativa dell’Istituto Toniolo sull’immobilità della società italiana per le nuove generazioni, presentata a Roma venerdì scorso nel 37° Convegno Bachelet  ignorato dai media laici. Ma la conferma viene anche da uno sguardo profondo nelle pieghe del nostro Trentino: tutti conosciamo laureati con stage (o master) di ottimo livello, in possesso di due lingue straniere praticate in Erasmus, che ora sono disponibili a fare chilometri da pendolari pur di guadagnarsi uno stipendio fisso, magari irrisorio e a tempo determinato, in grado di rendere meno deprimente il presente e non impossibile un progetto di vita familiare per il futuro. Per non dire di chi il lavoro ancora lo cerca e correda il suo curriculum spedito via mail a tante aziende con questa precisazione: “Sono disponibile a svolgere mansioni diverse dal mio profilo universitario”.

Serve a poco a questi giovani disoccupati e disillusi l’ aiutino deresponsabilizzante dei genitori(“per ora ti manteniamo noi, finché non trovi quello che fa per te”) o un approccio paternalistico: “Coraggio, insisti, prima o poi qualche porta si aprirà…”.

Nell’Italia di oggi – “un Paese sempre più povero di giovani e di giovani sempre più poveri” secondo il demografo Alessandro Rosina – serve molto di più un’attenzione politica, economica ed ecclesiale che consideri la dignità del lavoro come priorità della condizioni giovanile, assente finora nelle strategie programmatiche dei partiti (la citeranno certamente in campagna elettorale!) e anche delle forze sindacali, portate a garantire ulteriormente chi già è garantito: ma a tirare troppo la coperta si finisce per lasciare al freddo proprio gli ultimi arrivati.

Cosa chiedono i giovani agli adulti? Prima di tutto di non essere ingannati o, peggio ancora, sfruttati con forme di collocamento illusorio e vantaggioso solo per le aziende. Mentre invocano scelte della politica e dell’orientamento scolastico che armonizzino le esigenze del mercato con i corsi di studio (si pensi al “successo” dei corsi professionalizzanti dell’Enaip, ma non solo), i diplomati e i laureati esigono dagli adulti soprattutto scelte personali coerenti. Ad esempio? Non occupare posti di lavoro dopo la pensione, non far pesare troppo il criterio delle “esperienze precedenti” nei bandi di concorso, ripensare le quote pensionistiche e gli scivoli di uscita dal mercato del lavoro.

Qualche mea culpa dovrebbe imporselo anche l’amministrazione della Provincia: appaiono propedeutiche le iniziative dei Piani di politiche giovanili (come il “Summer Job” ora riassorbito dall’alternanza scuola-lavoro) o le esperienze maturate dai volontari nel Servizio Civile, ma per ridare fiato e forza ai giovani bisogna rivedere l'attuazione della normativa sull'apprendistato. Bisogna anche avere il coraggio di ridiscutere alcuni “privilegi acquisiti” come certi trattamenti economici dei dirigenti pubblici ritenuti scandalosi non solo dai ragazzi, al pari di certe chiusure padronali nel settore privato.

Un altro elemento, più esistenziale e culturale,  passa dal saper testimoniare da adulti che ogni lavoro – anche quando richiede sacrificio, fatica e delusione – rappresenta comunque un patrimonio di dignità, pane quotidiano da condividere.

Secondo la prof.ssa Paola Bignardi, che ha seguito la ricerca sulla fede per l’Istituto Toniolo, quello dei giovani dovrebbe essere “un assillo per tutte le comunità cristiane”, non solo in vista del Sinodo. Purché li si sappia ascoltare davvero e si sappia guardare loro con occhi nuovi, senza lenti pregiudiziali. “Amano papa Francesco – scrive Bignardi – non vanno a Messa, fanno fatica a capire i linguaggi della Chiesa che considerano superati e astratti, hanno un cattivo ricordo dei percorsi di iniziazione cristiana e rimproverano alla comunità ecclesiale di essere anonima e incapace di creare relazioni”. “In sostanza, secondo l’ex presidente dell’Azione Cattolica – non sono né increduli né credenti, sono pieni di aperture, ma distanti dal modo istituzionale e codificato di impostare una vita di fede”.

Insomma, come diceva il sociologo Castagnaro, “C’è campo” ancora per intercettarli, a partire forse dalla dimensione del lavoro e del senso di una vita.

Per quanto assurda e complessa ci sembri – ha cantato Fiorella Mannoia a Sanremo, pensando forse al pessimismo di tanti giovani in difficoltà –  la vita è perfetta, per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta. E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta, a tenercela stretta. Che sia benedetta”.

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