Renzi e le spine emiliane

Quel che è successo domenica scorsa alle regionali dell’Emilia Romagna e l’esito del voto alla Camera sul Jobs Act sono due eventi collegati, anche se a farlo è un’analisi sbagliata da parte di tutti i protagonisti.

Alle regionali emiliano-romagnole il PD ha subito, come ha ammesso il vincitore Stefano Bonaccini, “un sonoro schiaffo”. Renzi è stato leggero nell’etichettare un astensionismo record (quasi il 63% degli aventi diritto) come un problema secondario e certo ciò non ha giovato alla sua immagine di leader politico, anche se va capito che questa generazione televisiva pensa che in pubblico bisogna sempre dire che tutto va bene, riservando a valutazioni in ambienti ristretti le analisi più pertinenti.

Il fatto è che in quelle elezioni si sono palesati due fenomeni. Il primo è che c’è una disaffezione generale verso la politica la cui credibilità non è mai stata così bassa. L’astensionismo ha colpito tutti i partiti, nessuno escluso: il successo della Lega non è particolarmente significativo in termini numerici (lo è in seggi per la perversione di un sistema che non tiene conto degli astenuti) e deriva in gran parte dalla radicalizzazione di elettori di FI e da travasi da formazioni minori di destra. La spiegazione del rifiuto del voto è quasi sicuramente nel pessimo spettacolo che tutti i partiti hanno dato di fronte agli scandali delle spese allegre dei propri rappresentanti: non uno che abbia avuto il coraggio di fare pulizia da solo, mentre tutti si sono rifugiati dietro il comodo paravento del garantismo legale. Come se la questione fosse sapere se spendere soldi pubblici in frivolezze è un reato penale e non invece ammettere che è un comportamento inaccettabile da un rappresentante della collettività, anche se non fosse penalmente sanzionabile.

Il secondo fenomeno è che il PD non può più contare su un voto di affezione o di radicamento. Ha perso qualcosa come 700mila voti ed è dubbio che a voltargli le spalle siano stati solo quelli delle truppe cammellate della CGIL. Il partito, che ha condotto una campagna elettorale bolsa e di scarso impatto ricorrendo a quella tecnica del girare per mercati di cui si vanta Bonaccini, ma che serviva ai tempi dell’appartenenza di affezione, sconta la liquidazione improvvida che ha fatto dell’altro candidato alle primarie, l’ex sindaco di Forlì Balzani, che pure aveva raccolto quasi il 40% dei suffragi in condizioni molto difficili. I suoi supporter, che in larga parte non provengono dalla militanza della vecchia “ditta” ancora egemone nei vertici del PD regionale, sono stati sicuramente disincentivati dal sostenere un candidato come Bonaccini che nelle liste non ha dato alcuno spazio alla rappresentanza di quell’anima politica (anzi ha cancellato l’unico candidato che sembrava potesse far riferimento a lui, per far posto ad un improbabile rappresentante della società civile che piace ai giornali, il quale non è neppure stato eletto).

Renzi pensa che tutto questo non sia importante perché quel che conta è comunque la vittoria del candidato PD che oltre tutto è un suo uomo (anche se è stato scelto in accordo con la “ditta” bersaniana per non dare fastidio alla nomenclatura). Non tiene però conto che è “lo schiaffo emiliano” ciò che ha rianimato la fronda interna e che consente alla CGIL di dichiarare che ha il sostegno popolare alle spalle. Giustamente il premier obietta che non è proprio così, visto che se la questione fosse stata quella di virare a sinistra quei voti sarebbero andati a SEL o alla altra lista di estrema sinistra che invece hanno avuto risultati non cattivi, ma certo non eclatanti.

Il fatto è che all’opposizione interna nel PD non interessa trasmigrare in un altro partito, tranne forse qualche esponente montato dai talk show: il suo obiettivo è azzoppare Renzi e per farlo si sente legittimata da quel numero cospicuo di elettori che dopo averlo esaltato alle europee oggi sembra averlo abbandonato.

Ora nella dialettica parlamentare Renzi non può più considerare “secondario” questo dissenso, perché se alla Camera grazie al premio di maggioranza una trentina di deputati che fanno i capricci non lo preoccupano, al Senato bastano una decina di dissenzienti per mettere tutto a rischio. E poi non c’è solo il Jobs Act, dove ancora si può forse vincere sul filo di lana, c’è la prospettiva dell’elezione del successore di Napolitano. E lì l’astensionismo record dell’Emilia peserà come un fattore psicologico determinante, a meno di un recupero rapido di credibilità da trovare non sapremmo come.

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