Dopo l’Abruzzo e prima della Sardegna

Di Maio, Di Battista e Berlusconi non mobilitano più. Salvini è l’unico capace di spostare voti

In questo paese continuamente sospeso nelle analisi e nei tormenti prima a prevedere e poi ad interpretare le varie prove elettorali l’eco degli esiti delle elezioni regionali abruzzesi è stato forte. Lasciamo perdere i consueti teatrini in cui tutti tirano l’acqua al proprio mulino e cerchiamo di capirci qualcosa.

Il primo dato che ci pare ampiamente sottovalutato è l’astensionismo che sfiora la metà degli aventi diritto. Chi si rifugia dietro la storiella sul minore interesse che ci sarebbe per elezioni “locali” omette di considerare che queste erano state pompate non poco con uno sforzo notevole sia dal fronte pentastellato che da quello leghista e del centrodestra (meno dal centro sinistra che non ha visto “big” inserirsi nella campagna, magari per il fatto che ormai di big che trascinano non ne ha più). Dunque si dovrebbe prendere atto che Di Maio, Di Battista e Berlusconi non mobilitano più, anzi non riescono neppure a frenare le perdite di consensi per i rispettivi partiti. Salvini è l’unico che è capace di spostare voti e di farlo in maniera significativa, ma neppure lui incide sull’astensionismo.

La questione non è marginale se letta in vista delle europee che sono attese ormai come la sfida all’OK Corral della politica italiana. Se metà elettori non vanno a votare quando si tratta della propria regione, quanti lo faranno per un parlamento europeo che non è esattamente una istituzione a cui si guarda con partecipata passione? Se il trend si confermasse e magari si rafforzasse in questa direzione, più che mai le europee sarebbero uno scontro di minoranze arroccate nei propri partiti con tanti saluti al valore di test nazionale di quella consultazione.

Ciò non significa però che nonostante questo la politica non aspetti il risultato di quelle urne come una specie di rivelazione sul futuro dell’Italia. Piuttosto la domanda oggi è se l’attuale impalcatura della politica reggerà fino a quella data. Che tanto M5S quanto la Lega puntino a tirare a campare è abbastanza evidente: una crisi di governo in queste condizioni sarebbe una crisi molto, ma molto al buio. Che però possano reggere è tutto da vedere.

In primo luogo perché ci sono altre due scadenze elettorali regionali vicine, la Sardegna e la Basilicata, e se i Cinque Stelle vedessero ancora confermato lo sgonfiamento dei loro consensi e la Lega si confermasse in crescita non sarebbe semplice far finta di nulla. La questione è che il prosciugamento del consenso grillino non deriva, a nostro modesto avviso, da un ipotetico abbandono di elettori delusi dal loro “governismo”, quanto esattamente dal contrario. I dati dell’Abruzzo che danno una sostanziale equivalenza delle percentuali di voto fra le precedenti regionali e queste possono essere interpretati in questo modo: lo zoccolo del grillismo storico tiene nonostante tutto, ma se ne vanno quegli elettori che avevano visto nel M5S un movimento di riscatto contro le miserie della politica italiana e che hanno constatato di aver sostenuto un gruppo di dilettanti allo sbaraglio senza alcuna capacità di governo.

Se questo fosse vero, un rilancio degli slogan del grillismo d’antan o anche solo degli slogan storici non farebbe loro recuperare voti. Invece è proprio su quello che sembrano puntare Di Maio e compagnia e non a caso la TAV sarà il loro cavallo di battaglia. Salvini però deve fare la politica esattamente contraria: ha conquistato voti proprio in virtù di un approccio più realista ai problemi strutturali del paese, se escludiamo ovviamente la sua ossessione per la questione dei migranti dove il realismo è stato completamente dimenticato. L’obiettivo del leader leghista è ormai allargarsi verso il centro, sottraendo consensi a FI, ma non solo, perché a destra ha già fatto il pieno, ma questo significa contrastare chiaramente l’utopismo e le improvvisazioni pentastellate.

Quanto possano convivere queste due strategie antitetiche all’interno dello stesso governo è tutto da vedere. Il presidente Conte, per fare una battuta, può provare a fare il conte zio di manzoniana memoria, quello del “troncare e sopire, sopire e troncare”, ma non sappiamo se arrivi ai vertici di virtuosismo politico necessari per reggere una simile situazione. Più probabile che andiamo verso una logorante fase di tensioni assai poco governabili.

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