Ursula chiede una conferenza sul futuro dell’Europa

Bruxelles, 10 marzo: Ursula von der Leyen (foto SIR/CE)

Solitamente l’inizio di un anno è accompagnato da buoni propositi. E’ una regola che vale per gli individui, ma anche per governi e istituzioni. Se poi, come è il caso della Commissione europea, si tratta dell’avvio della nuova legislatura quinquennale i buoni propositi si identificano con il programma. Nulla di strano quindi che il “libro dei sogni” che ci arriva da Bruxelles sia estremamente ambizioso e con lo sguardo rivolto al futuro. Nel cesto di natale confezionato dalla Presidente Ursula von der Leyen si trova davvero di tutto, da un più autorevole ruolo dell’UE nei grandi affari del mondo (un’Unione geopolitica) alla volontà di diventare modello di riferimento verso emissioni di gas serra zero entro il 2050. In mezzo, poi, una lunga lista di altre azioni fra cui: politiche dell’immigrazione comuni, salvaguardia dei diritti umani e valori europei, lotta alle disuguaglianze, digitalizzazione e difesa comune. Insomma, ci sarebbe da essere soddisfatti nel constatare che gran parte delle tematiche che tanto preoccupano l’opinione pubblica europea siano state finalmente recepite in sede di Unione. Per di più, rendendosi conto che simili promesse nel passato erano state in larga parte disattese, la von der Leyen ha anche proposto come motore di questo programma una Conferenza sul Futuro dell’Europa. L’obiettivo sarebbe quello di identificare non solo le priorità politiche, ma anche i meccanismi istituzionali (cioè la capacità di governo) necessari per renderle credibili ed efficaci.

A darle manforte è subito intervenuta la coppia di sempre, Francia e Germania, che ha stilato due sintetiche paginette per indicare modalità e tempistica della futura Conferenza.

Sembra in qualche modo di essere ritornati indietro al 2002 quando i quindici membri dell’UE di allora diedero vita ad una Convenzione per la Costituzione europea con il compito di scrivere un nuovo trattato. La storia è ben nota: dopo avere firmato solennemente il Trattato Costituzionale a Roma il 29 ottobre 2004, ci pensarono i due referendum di Francia e Olanda (paesi fondatori!) l’anno successivo a respingere clamorosamente il lavoro di riscrivere le basi del nostro vivere assieme. Eppure in quei tempi l’Unione sembrava sulla cresta dell’onda. Erano ancora gli anni della grande crescita economica (la crisi sarebbe arrivata nel 2008), da poco era stata avviata la temeraria avventura dell’Euro, nel 2004 era arrivato a compimento il più grande allargamento della storia dell’UE con ben dieci paesi, la maggioranza dell’Est, ad aggiungersi al nucleo principale. Eppure le opinioni pubbliche si sono alla fine dimostrate riluttanti di fronte al grande balzo avanti proposto dalla Convenzione guidata da Giscard d’Estaing.

Oggi le condizioni sono ben peggiori di allora. L’Unione è alle prese con la prima uscita dal club di un membro non di poco peso come è la Gran Bretagna. La crisi economica non è ancora del tutto superata in alcuni paesi del sud Europa, come il nostro. I governi dell’Est Europa, particolarmente quelli del gruppo di Visegrad, tirano il freno su quasi tutte le nuove politiche: la Polonia sugli obiettivi del 2050 di un’Europa verde, l’Ungheria su qualsiasi tentativo di varare una politica dell’immigrazione dal volto umano, gli altri interessati a mantenere gli stessi vantaggiosi fondi comunitari del passato e quindi contrari a spostarli verso nuove politiche. Perché è abbastanza evidente che senza un rinnovato e più consistente bilancio, primo reale impegno della Commissione, non si andrà molto lontani. Ed è difficile in questo clima di diffidenze e priorità contrastanti fra i 27 stati membri dell’Unione pensare che si affrontino non solo le politiche fondamentali per il nostro futuro, ma anche e soprattutto che si varino le necessarie riforme istituzionali, le sole che possono disegnare un “Europa più unita e sovrana” come auspicato da Macron e Merkel.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa rischia di arenarsi ancora prima di partire, a meno che alcuni paesi volonterosi non decidano di avanzare da soli, magari lasciando le porte aperte a quelli più riluttanti, allorquando vorranno riagganciare il gruppo di testa.

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