Il nome di Alexander Langer è risuonato infinite volte in queste settimane, non solo per via del trentesimo anniversario della sua morte. Particolarmente significative due di queste evocazioni. La prima da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nel quarantesimo della tragedia di Stava e nel ribadire con forza che si è trattato di responsabilità umana, fa appello a “riconciliarsi con l’ambiente”, “una questione che riguarda anche la coesione sociale, che riguarda anche la democrazia”. Definisce una conquista conseguita a caro prezzo “la prospettiva dello sviluppo sostenibile”, “una conquista della quale, a volte, sembra che taluni vogliano liberarsi, quasi fosse un fastidio anziché un investimento sul futuro”. Quindi l’omaggio al “contributo rilevante alla crescita di una cultura nuova” dato dalla Fondazione Stava 1985, che nel 2010 fu insignita del premio Alexander Langer.
“E proprio questa personalità acuta e inquieta, originaria di terre così vicine – venuta meno nel luglio di trent’anni or sono – parlava di ‘conversione ecologica’ per indicare un processo che deve coinvolgere contemporaneamente cultura, istituzioni, economia, società”.
Il secondo contributo, quasi un testamento, quello di Goffredo Fofi, che avrebbe raggiunto l’amico Alex pochi giorni dopo. Il testo è del 2 giugno. “Goffredo – spiegano alla casa editrice Alpha Beta di Bolzano – doveva essere con noi, alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano, a presentare “Ciò che era giusto”, il volume – purtroppo l’ultimo scritto in vita – che ha dedicato ad Alex Langer in occasione del trentennale della sua scomparsa. Doveva e soprattutto voleva essere con noi, ma le condizioni di salute, all’ultimo, non glielo hanno permesso. E così è stato presente a modo suo, con una missiva inviata a Edi Rabini e per estensione alla fondazione Alexander Langer, che ha collaborato alla realizzazione del volume. L’abbiamo letta davanti a un pubblico folto e partecipe. È un ricordo del vecchio e mai così rimpianto amico, ma anche un messaggio alle nuove generazioni”. Il testo, dopo la morte di Fofi, è stato pubblicato su la Repubblica.
“Mi univa ad Alex Langer, credo, la determinazione ad andare tuttavia avanti, a mai desistere, e però con la coscienza di essere dei minimi David di fronte a un Golia dai mille volti, alcuni dei quali seduttivi e compiacenti”, scrive Fofi, definendo Langer “un allievo di don Lorenzo Milani come io lo fui di Aldo Capitini”. “Non si può non provare nostalgia per quelle lotte, anche se a volte furono così radicali da sembrare suicide, perché nel mondo qualcosa cambiava veramente, anche grazie alle lotte di tanti giovani come noi, di cui ci sentivamo fratelli”. Poi di fronte alle difficoltà “tanti scelsero l’accettazione (ed erano stati Milani e Capitini a insegnarci la radicale distanza tra chi accettava e chi non accettava il mondo com’è). Le minoranze inaccettanti furono per tanto tempo e lo sono ancora costrette al silenzio di fronte alla enormità del nemico e alla pochezza delle nostre forze”. Tuttavia “Alex ci invitò, nei suoi ultimi messaggi, a non desistere, a continuare. E sarebbe bello che il suo messaggio fosse raccolto da tanti delle ultime generazioni”.
Nell’ottobre del lontano 2011, al passo del Ballino, Goffredo Fofi aveva lanciato ai capi scout della Regione “la sfida, la scommessa di inventare qualcosa di bello”, che “è affidata a nuclei di piccole comunità attive e aperte, che si dispongono a dialogare con altre piccole comunità, che si mettono in discussione e che cercano di elaborare il nuovo. Questo è quanto si chiede agli educatori”.