Autonomia territoriale, laica, democratica

5 settembre 1946. I due ministri degli Esteri di Austria e Italia, Karl Gruber e Alcide Degasperi (che è anche Presidente del Consiglio), firmano l’accordo che porta il loro nome e quello della città in cui si trovano, all’indomani della più tragica guerra di tutti i tempi: Parigi. Seguiranno decenni complicati, caratterizzati da trattative, turbati da attentati, prima che col nuovo millennio quel 5 settembre possa venir celebrato, a Trento e a Bolzano, come la Giornata dell’Autonomia.

È molto utile per i trentinoaltoatesini conoscere origini, storia, vicende, esiti della loro Autonomia, perché questo tipo di realtà non è dato una volta per tutte e richiede di vigilare sempre. Ha bisogno di consapevolezza, di qualcuno che ripeta il perché, il come e i limiti.

Ma le vicende dell’Autonomia regionale/provinciale hanno molto da dire (non da insegnare) anche al di là dei confini del vecchio Tirolo. Contengono elementi che ritroviamo, pur nella loro diversità, in tanti altri angoli del globo. I nazionalismi, gli etnocentrismi, l’ideologizzazione della lingua e delle appartenenze culturali o religiose, le questioni di confine sono presenti ancora ovunque. Popoli che vengono gettati l’uno contro l’altro per motivi che nulla hanno a che vedere con il Bene comune. Il ricorso alla violenza come surrogato della buona politica, i pregiudizi, l’indottrinamento nella scuola e nella società. Il culto della comunità etnica, della nazione e dei suoi simboli. Tutto questo fa parte della nostra storia regionale come di quella di infinite altre situazioni.

Due casi di cui si parla molto, però si conosce poco, sono il conflitto israelo-palestinese e quello russo-ucraino.

Ma restando ancora un istante alle vicende di casa nostra, vediamo come alcuni degli elementi che hanno via via trasformato il conflitto in una situazione (parzialmente) virtuosa e in una storia (parzialmente) di successo siano, oltre l’impegno delle persone di buona volontà, la Chiesa locale, l’Unione Europea, le Nazioni Unite. La Chiesa locale, a suo tempo, ha creduto nella necessità di tradurre in fatti, anche politici, i valori di cui è portatrice. Il cammino di integrazione europea ha messo in relazione e infine cancellato i confini tra Austria e Italia e le Nazioni Unite hanno trovato il modo di indurre i contendenti a parlarsi e a trovare una soluzione. A ben vedere si tratta degli stessi attori che sono chiamati oggi a riprendere fiato e coraggio, per svolgere appieno il ruolo cui sono chiamati.

Detto senza giri di parole: l’autonomia è un modo intelligente per evitare la guerra. Per questo essa merita non solo di essere festeggiata, ma anche approfondita nelle sue dinamiche e potenzialità. E attuata per il bene di tutti.

Per la Terra Santa l’affermazione “due popoli, due Stati” è diventata ormai uno slogan che, sulla bocca di alcuni, suona persino cinico. È comprensibile che con questo si voglia riconoscere alla parte palestinese quella dignità politica che nella versione “etnica” del cosiddetto “Stato ebraico” non può avere. Ma quale ratio sta dietro la visione dei due Stati? È una logica etnico-nazionale che rischia di voler dare a due nazionalismi – entrambi gravemente degenerati nella violenza – un proprio territorio, possibilmente “bonificato” dalla presenza dell’Altro.

Anche per l’Alto Adige a suo tempo due professori proposero una spartizione territoriale che avrebbe lasciato all’Italia le zone “più italiane” e riservato all’Austria quelle “più tedesche” (cfr. Sabino Acquaviva e Gottfried Eisermann, Alto Adige. Spartizione subito?, 1981). La proposta, grazie a Dio, non ebbe seguito.

Per Israele il prof. David Neuhaus, padre gesuita, docente di Sacra Scrittura a Gerusalemme, già vicario per i cattolici di lingua ebraica, dice che forse, come alcuni suggeriscono, “un unico Stato laico e pienamente democratico potrebbe essere una soluzione più coerente” rispetto a quella dei due Stati e che la battaglia che vale la pena combattere è quella per la piena uguaglianza di diritti tra israeliani e palestinesi. Compito di uno Stato è tutelare i diritti di ogni persona, non propagare ideologie, strumentalizzare religioni e difendere egoismi nazionali o di gruppi maggioritari.
Anche i vescovi locali, nel 2019, avevano proposto “una visione secondo cui tutti in questa Terra Santa hanno piena eguaglianza”, “condizione fondamentale per una pace giusta e duratura”. E osavano chiedersi: “Nel passato abbiamo vissuto insieme in questa terra, perché non potremmo vivere insieme anche in futuro?”.

Nella sostanza si sta parlando di un ente territoriale autonomo che preveda misure di tutela per le minoranze etniche, religiose, culturali. Non uno Stato (tanto meno due) etnico-nazionale (ebraico, islamico che sia), ma uno Stato laico, democratico, fondato sul diritto e sui diritti, rispettoso (e orgoglioso) delle differenze. Così come l’Autonomia (altoatesina in particolare) non può essere “etnica”, ma “territoriale”, con il compito, tra gli altri, di dare ai diversi gruppi linguistici una casa (comune) in cui (con)vivere e svilupparsi in sicurezza. Questo, del resto, è lo spirito dell’Accordo di Parigi.

Se guardiamo all’Ucraina e alla sua storia vedremo che la questione nazionale, i nazionalismi, gli imperialismi, la mancata tutela delle minoranze, la strumentalizzazione delle differenze etniche e linguistiche sta alla base del conflitto (terre rare e risorse economiche a parte). Anche in questo caso il nazionalismo aiuta a motivare chi parte per il fronte, ma resta parte essenziale del problema.
Senza la pretesa di aver estratto dal cappello del mago le soluzioni che il mondo intero non riesce a trovare (perché chi può non vuole), fatto questo viaggio dal mar Nero al mar Morto, possiamo tornare nella Terra tra i monti e guardare all’Autonomia trentinoaltoatesina con una rinnovata consapevolezza della nostra responsabilità, nell’ottica del Bene comune globale.

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