L’ecumenismo di papa Leone XIV, da Nicea al Libano

Il primo viaggio apostolico di papa Leone XIV, che lo porterà dal 27 novembre al 2 dicembre in Turchia e Libano, è una delle grandi “eredità” lasciate da papa Francesco, eppure può essere letto davvero come un viaggio programmatico di questo nuovo pontificato to che dopo i primi sei mesi stiamo imparando a scoprire ed apprezzare. Il Papa intende innanzitutto celebrare i 1700 anni dal Concilio di Nicea, evento nel quale quasi 300 vescovi si radunarono per combattere l’arianesimo e per risolvere altre questioni liturgiche e canoniche ed elaborarono per la prima volta una formula di fede trinitaria che ancora oggi (con le integrazioni del Concilio di Costantinopoli del 381) viene confessata da tutti i cristiani ed è parte integrante della liturgia eucaristica.  

Nel pomeriggio di venerdì 28 a Iznik, l’antica Nicea, si terrà dunque l’incontro ecumenico di preghiera dove i leader religiosi di venti comunità cristiane, in semicerchio davanti alle icone di Cristo e del Concilio di Nicea, accenderanno una candela e reciteranno insieme il Credo niceno-costantinopolitano. Celebrare insieme l’anniversario di Nicea non è una commemorazione storica, né un nostalgico ritorno della memoria a un’unità perduta.  

Nella Lettera Apostolica “In unitate fidei“, scritta da papa Leone per questa occasione, il Pontefice parla a riguardo di un «ecumenismo rivolto al futuro», cioè di un cammino verso l’unità delle chiese cristiane che parte dal riconoscimento della comune fede per proseguire verso una «riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali», che si potrà raggiungere «solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e di accoglienza reciproca»; una vera «sfida spirituale» che richiede «pentimento e conversione da parte di tutti», ma nella convinzione che «il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce».  

La via indicata dal Pontefice per la riconciliazione tra le Chiese ha dunque in sé un forte carattere simbolico e sorgivo. Nella terra in cui fiorirono le prime comunità cristiane (e in cui oggi i cristiani sono lo 0,6%), la presenza del Papa testimonia che, a partire dalla Chiesa stessa, ogni riconciliazione richiede dialogo, pazienza, ascolto, accoglienza, pentimento e conversione. In Paesi chiave per la convivenza, indicati come ponte tra Oriente e Occidente, crocevia di popoli e religioni, il Papa entra con un atteggiamento di grande rispetto, affermando così che, a partire dalla Chiesa, più ci si conosce, partendo da ciò che unisce, e più crollano le barriere e ci si scopre fratelli. In terre che ancora conoscono il martirio della testimonianza cristiana, senza differenze tra le Chiese, il Papa viene per sostenere e incoraggiare, perché le strade di chi cerca la pace e la convivenza richiedono coraggio e pazienza.  

Quella indicata dal Papa per il cammino ecumenico è in fondo la via di ogni percorso che desidera tendere all’unità e alla pace. Vale per le nostre chiese e parrocchie, che cercano una unità non sempre facile e idilliaca all’interno delle proprie componenti. È la via di ogni convivenza umana, come possiamo sperimentare nei contesti sociali difficili e nelle divergenze di opinione, che possono lacerare ogni ambiente, dalla scuola ai luoghi di lavoro, dall’economia alla politica.

È l’unica via anche per quegli accordi di pace che faticosamente si stanno portando avanti e di ogni possibile sviluppo dei popoli, come il Papa di certo ripeterà negli incontri previsti con i leader politici. E allora «vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità. Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione» (In unitate fidei 12). 

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