Questo Capodanno “di pace” 2026 – segnato dalle bombe su Kyiv, dai rigori del freddo a Gaza e dal blitz USA a Caracas condannato dall’ONU – ci porta ancora a misurarci con lo spettro di quel “crinale apocalittico” sul quale Giorgio La Pira già nel 1965 vedeva sospesa l’umanità: intendeva quella sottile demarcazione fra la possibilità di una convivenza umana e l’abisso di un’escalation militare destinata con il potenziale atomico ad essere letale per tutto il pianeta. Ci troviamo oggi davanti ad un minaccioso “multipolarismo” (la tensione fra un numero crescente e sempre più forte di superpotenze con armi atomiche, ognuna per sé, tutti contro tutti) e l’angoscia aumenta con il dato perentorio dell’aumento annuale del 9,4% delle spese militari (fonte mondiale ISPI), citato espressamente dal Papa americano, per la prima volta in un messaggio pontificio.
Eppure la manifestazione per la pace di Rovereto, guidata dall’Arcivescovo, così come l’affollato incontro a Lavis con padre Alex Zanotelli e tante altre iniziative di approfondimento e di preghiera per la pace, esprimono anche la fiducia che proprio adesso che accordi e trattative sembrano più lontane si possa superare la terribile opzione del crinale apocalittico. Per i credenti si alimenta alla guida del Principe della pace, per tutti gli uomini di buona volontà si rifugia nella constatazione storica che in ogni tempo si possono affermare nuovi “artigiani della pace”.
Tale è stato il tre volte sindaco di Firenze Giorgio La Pira (1904-1977), giurista e amministratore pubblico, terziario francescano ed ora “venerabile”, più volte parlamentare e addirittura fra i Padri costituenti, richiamato anche da Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno.
Portando su La Pira una testimonianza appassionata e travolgente, la sua discepola Patrizia Giunti, presidente dell’omonima Fondazione, ci ha aiutato a ribadire le tesi che contrappuntano l’ultimo ponderoso documento dei vescovi italiani (“Per un’educazione alla pace disarmata e disarmante”) apprezzato dall’analista Giorgio Beretta. Contro chi voleva affermare la logica della deterrenza (legata ai due blocchi dei tempi della Guerra Fredda e dell’incerto “equilibrio del terrore”), La Pira si batte fin dal 1965 contestando le “tende del terrore”, chiedendo la “denuclearizzazione dell’Europa”. “Anche oggi egli farebbe di tutto per contrastare la corsa al riarmo e per trovare strategie adatte ad affermare altre vie di risoluzione dei conflitti”, ci ha assicurato la professoressa Giunti, anch’ella come il Professore docente di diritto romano: la parola pax deriva da pactio, ha spiegato, che presuppone ricerca di accordo, anche sofferta. Alla logica della deterrenza, La Pira oppone la logica dell’agire nella fraternità concreta, della cooperazione internazionale, dell’aiuto all’autosviluppo dei popoli, dei percorsi popolari di convivenza, anche dei dialoghi a tu per tu, come quello che lo vide nelle missioni a Mosca e a Cuba.
“Ormai non si vince con la guerra, nell’era atomica vuol dire distruggere la terra – scriveva a Paolo VI nel 1967 – si vince con l’economia, con la crescita dei popoli, con il creare condizioni di benessere diffuso, con la giustizia sociale”. Anche a Levico Terme, dove fu nel 1972 invitato da Guido Lorenzi per dialogare con i giovani, ebbe a indicare solo la “nuova metodologia” della non violenza, “perché la guerra non fa più fino alla fine dei secoli, salvo la distruzione del pianeta”. Ce lo ripete anche oggi.