Solidarnosc, il movimento civile che cambia la storia, puntando sulla coscienza

La notizia

Jaruzelski sperava di dimostrare alla Russia e al mondo intero, che dopo 8 mesi di “normalizzazione”, Solidarnosc era da considerarsi un sindacato ormai superato e morto a un anno e mezzo dalla sua nascita. Invece, il 31 agosto, Solidarnosc ha dimostrato di essere non solo vivo, ma di essere cresciuto nella clandestinità, appunto. Simbolicamente nelle chiese è apparso alla vigilia un poster raffigurante un bambino sano e vegeto, con la scritta “Compie due anni”. E sulle piazze delle città polacche, nelle fabbriche, nelle scuole, rispondendo appunto all’invito dei capi clandestini del sindacato autonomo, operai, impiegati e studenti hanno dato il via a manifestazioni nelle quali si chiedeva l’abolizione della legge marziale, la liberazione degli internati e la solidarietà anche dei soldati e dei poliziotti. Così a Varsavia, Danzica, a Nova Huta, Breslavia e Cracovia, come pare nei centri minori. Ma ancora, manco a dirlo, è scattata la repressione più dura, con gas lacrimogeni, cariche della polizia e arresti con morti o un numero imprecisato di persone ferite o fermate. I prossimi giorni diranno se la dimostrazione di vitalità di Solidarnosc porterà a repressioni ancora più dure o se il regime accuserà il colpo, procedendo a defenestrazioni e a nuovi accordi.

CIVI (Vita Trentina, 5 settembre 1982)

L’epopea di Solidarnosc, il sindacato polacco guidato da Lech Walesa negli anni Ottanta risuona ancora come uno squillo di tromba nella storia europea del Novecento, come un richiamo di energia civile e giustizia sociale, oltre che segno e simbolo di un movimento che ha cambiato la Storia. È sempre gratificante – e a volte necessario – far vibrare cuore e azioni agli squilli di tromba e agli appelli che da essi provengono, ma forse, in questi anni, riesaminando quanto è accaduto prima e dopo Solidarnosc merita ascoltare, come in ogni buon spartito musicale, anche i silenzi che le note della tromba hanno accompagnato, dandole valore e misura. Gli accordi di Danzica che nell’agosto 1980 portarono alla nascita di Solidarnosc, dopo le proteste per il licenziamento di una operaia delle acciaierie, sono stati infatti il primo riconoscimento di un sindacato indipendente da parte del partito comunista. Per comprenderne la portata, però, non possono essere dimenticati i precedenti Accordi di Helsinki (1975) con la partecipazione di Usa e Urss assieme agli Stati europei: furono passaggi complessi ma importanti perché depotenziarono le tensioni della guerra fredda riconoscendo, di fatto, lo status quo seguito alla Seconda guerra mondiale.

Nel 1978 era stato poi eletto Papa, a Roma, il polacco cardinale Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II) e la sua elezione subito divenne quasi, per il popolo polacco, un nuovo ossigeno da respirare, anche perché il sindacato guidato da Lech Walesa rimase fedele al suo statuto che indicava la non violenza come metodo di azione e la socialità cristiana come fondamento dell’identità polacca. Solidarnosc crebbe così fino a raggiungere i 9 milioni di iscritti tanto da provocare le premesse per un intervento sovietico (s’erano già mobilitate truppe alle frontiere) che il ministro della Difesa, il generale Jaruzelski, precedette con un colpo di stato, assumendo il potere, evitando probabilmente un’invasione e una nuova Ungheria, ma stringendo il Paese nella morsa della legge marziale. Fu questa la sfida maggiore per Solidarnosc, che la vinse – come sottolineò nel suo editoriale su Vita Trentina don Vittorio Cristelli – evitando di normalizzarsi senza però rinunciare all’impostazione del suo statuto: non violenza e valori di comunità, bene comune, non diritti individuali di matrice consumistica e neo capitalista.

I tempi della stretta militare furono piuttosto impiegati in una silenziosa costruzione e maturazione delle coscienze civili, nella consapevolezza che le rivoluzioni politiche collettive possono realizzarsi solo se sono precedute dalle rivoluzioni “personali” dei cittadini, degli uomini e delle donne di un Paese. Così Solidarnosc poté dimostrare che la “normalizzazione” non bastava a tacitare la voglia di cambiamento nei confronti del regime ed è questa, forse, la lezione più preziosa di quella vicenda polacca che, nell’anniversario della sua fondazione, seppe rivendicare i valori del sindacato Solidarnosc con manifestazioni diffuse, ma non violente, che curò sempre la sua azione interna tenendo conto della situazione internazionale (i rapporti col primo Bush, il Vaticano…) che vide ai vertici delle nazioni uomini che erano disposti anche a “sporcarsi le mani” per il bene del proprio Paese nella pace. E ancora che spinse Bush padre a fare un passo indietro, il generale ad apparire il persecutore del suo popolo mentre forse gli evitava il peggio e il Vaticano ad affidare il sostegno del riscatto civile e materiale dei polacchi al Banco Ambrosiano di Calvi e all’attivismo di Marcinkus.

Per fare del bene, per fermare il male, per amare un popolo e la sua libertà, a volte, come scriveva nei suoi versi il grande poeta e sacerdote trentino don Mario Bebber, bisogna anche saper “sporcarsi le mani”, e le trombe osservare pause di silenzio, fra un accordo e l’altro. Ai fatti del 1982 in Polonia seguì infatti la “tavola rotonda”, un’intensa trattativa fra tutte le parti in causa che temperò le più aspre contraddizioni e portò alla nascita della nuova Polonia in Europa. Che dovrà ora dimostrarsi degna di quella partita internazionale, senza lasciarsi risucchiare nei giochi dei riemergenti nazionalismi.

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