Gorizia, città di pace al centro dell’Europa. Parole che riassumono bene il messaggio partito dall’arcidiocesi isontina nell’anno appena concluso. È anche il titolo di una pubblicazione di mons. Carlo Redaelli che osserva Gorizia dal “punto di vista di un vescovo”. Uno scritto che racconta la storia di “un confine particolare”, aiuta a interpretare le “dinamiche di conflitto e di riconciliazione” e rilancia un’attenzione a “due nuove sfide: la migrazione e la pace”.
Gorizia ha condiviso con Nova Gorica, la parte slovena al di là di una frontiera che l’Europa unita ha ormai saputo cancellare, il titolo di Capitale europea della Cultura. Diverse le iniziative e gli eventi. Non ultima per importanza la riunione, a settembre, del Consiglio Permanente della CEI, occasione, tra l’altro, per un messaggio congiunto delle Chiese italiana, slovena e croata. “Guardando oltre i confini nazionali – non più linee di separazione, ma luoghi di amicizia e incontro fra i popoli – comprendiamo che le identità culturali e spirituali nazionali si fondono oggi in un più alto e condiviso patrimonio identitario europeo. Questo richiama ed esige coraggiose e feconde esperienze di riconciliazione, per perdonare e chiedere perdono, dalle quali può sorgere il bene assoluto della pace, secondo le intuizioni dei ‘padri fondatori’ dell’Europa comunitaria. Un’Europa di pace, aperta al mondo, capace di ispirare fratellanza e universalismo ben al di là della sua geografia”.
“Sento tanta emozione a ritrovarci proprio qui”, aveva detto il card. Zuppi nella sua prolusione. “Sento la grazia di essere cristiani, di appartenere a questa famiglia senza confini, chiamata ad andare sempre fino ai confini della terra, quindi a superarli tutti”.
La grazia. Il dono. Concetto ripreso da mons. Redaelli la notte di Natale. “L’anno di Gorizia e Nova Gorica, insieme Capitale europea della Cultura, ha avuto una ‘grazia’ che non va persa: quella di una cultura che vuole riprendere i valori più autentici che sono stati alla base della nascita di una nuova Europa dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale e che hanno permesso qui da noi il superamento di un confine che sembrava invalicabile (anzitutto quello nel cuore e nella testa della gente, più ancora di quello fisico). Una cultura fatta di conoscenza, di rispetto, di stima, di riconciliazione, di collaborazione, di fraternità che Gorizia e Nova Gorica hanno cercato di vivere quest’anno e che devono continuare a crescere anche in futuro diventando così un piccolo, ma importante, segno per tante situazioni di divisione e conflittualità in Europa e nel mondo”.
All’omelia della Messa di conclusione dell’Anno Santo, nella cattedrale di Gorizia, l’arcivescovo ha posto l’accento su un altro dono, quello della conversione. La celebrazione, tra letture, formule e canti, si tiene in sei lingue: italiano, sloveno, friulano, latino, greco, tedesco. È lo specchio di un presente plurale incarnato nella storia.
Conversione significa cambiare strada. Il vescovo Redaelli – che dal maggio 2019 è anche presidente di Caritas Italiana – milanese, inviato da un “centro” (Milano) a una “periferia” (“Per un milanese che arriva a Gorizia, la novità non è la distanza o il clima, ma il fatto che la città si trovi su un confine”, le prime parole del suo scritto), è ora chiamato a Roma, la capitale, come Segretario del Dicastero per il Clero.
Nel suo messaggio all’arcidiocesi, di cui è pastore dal 2012 e resterà come amministratore apostolico fino all’insediamento del suo successore, esprime il suo legame con una realtà che si lascia a malincuore. “Una Chiesa che mi ha donato tanto come testimonianza di fede, di impegno pastorale e missionario, di servizio di carità, di desiderio di essere unita nella pluralità di lingue e di culture, e mi ha dimostrato tanta capacità di collaborazione, di comunione, di vicinanza e anche di affetto”.
Quando si è fatta l’esperienza del confine, lasciare la periferia per il centro, il confine stesso per la capitale, è in realtà passare da una frontiera all’altra. Il confine è una dimensione del vivere. Scrisse Joseph Roth: “Alla frontiera non si vedevano né orsi né lupi. Alla frontiera si vedevano i tramonti del mondo”. I tramonti e le albe.