Ha nascosto un ebreo in canonica, “Giusto nel mondo” il parroco di Cloz

Lo spunto:
Per coloro che hanno ospitato ebrei perseguitati dal fascismo e dal nazismo, salvandoli dal lager e da sicura morte, esiste la medaglia di “Giusto nel mondo”. Con evidente riferimento biblico è stato l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme.
Della medaglia di “Giusto nel mondo” sono stati fregiati monsignor Guido Bortolameotti, emerito Vicario generale della Diocesi, assieme alla fedele domestica delle Turrini, per aver ospitato nella canonica di Cloz di ingegnere ebreo Augusto Rovighi di Bolzano, braccato dai nazisti dopo l’otto settembre 1943.
(Vita Trentina, 12 giugno 1983)

Il Giorno della Memoria, celebrato lo scorso 27 gennaio, non richiama solo il “ricordo” della tragedia immane, del sacrificio che ha colpito, negli anni delle dittature nazista e fascista, un intero popolo – quello ebraico- con sei milioni di vittime nei campi di sterminio, ma segna anche una cesura storica, uno spartiacque fra il “prima” e il “dopo”, nella consapevolezza che nessun risentimento, nessuna “revanche”, nessun pregiudizio, nessuna rivendicazione debbono consentire il ripetersi di un delitto simile.

Al tempo stesso fare memoria di quella strage (l’olocausto) deve però accompagnarsi anche al ricordo di quanti, individui e gruppi, pur minoritari, seppero reagire alle minacce dei regimi cercando di salvare le predestinate vittime, rivendicando il primato della coscienza personale, della solidarietà, del rispetto verso le persone – uomini, donne, bambini – viste come valore assoluto rispetto alle ideologie, all’odio agitato come arma politica distruttiva.

Questi impegni personali, con i rischi che presentavano, vanno ricordati non solo per inquadrare correttamente la visione di quel periodo, ma per mostrare che il male si può combattere, non è ineluttabile purché la coscienza individuale lo respinga. E ciò deve servire anche per rivendicare energie e speranze a fronte delle nuove violenze che segnano e feriscono le cronache e la storia di oggi, per impedire generalizzazioni fuorvianti o anche improponibili paragoni.

La deriva di comportamenti volgari, intimidatori, crudeli e ingiusti che spesso sembrano travolgere le comunità, non assolvono gli individui dalla loro personale responsabilità di opporsi, di fare tutto ciò che è loro consentito, in ambiti anche limitati, per impedire o frenare le violenze che ai più fragili, agli indifesi o ai nemici vengono fatte subire. Sta in questa testimonianza di umanità personale e responsabile il futuro, la speranza di un riscatto morale collettivo. Per questo, come recita l’antico detto “salvare una vita significa salvare l’umanità” perché salvare una vita inserisce nella dinamica storica la mitezza, l’impegno di operare per la pace, togliendo spazio alle prepotenze.

In questa prospettiva va vista l’azione di monsignor Guido Bortolameotti, nella Seconda guerra mondiale parroco del paese di Cloz, nell’alta Val di Non e poi Vicario generale della Diocesi. Si meritò nel 1983 il riconoscimento “Giusto fra le Nazioni” da parte dello Yad Vashem di Gerusalemme (l’ente nazionale per la memoria della Shoah) assieme alla sua “perpetua” Adele Turrini, per aver nascosto nella canonica di Cloz dal settembre 1943 al maggio 1945 un cittadino ebreo di Bolzano , l’ingegner Augusto Rovighi. Egli aveva sposato una donna di Cloz e quando il Trentino e l’Alto Adige come Alpenforland finirono di fatto annessi al Reich nazista cercò rifugio in quel paese. Ma a casa della moglie si sentiva in pericolo, troppo esposto e identificabile. E allora bussò, una notte, alla canonica, dove don Guido Bortolameotti lo accolse e Adele Turrini lo nutrì. Una cosa non semplice, perché il cibo, scarso, si otteneva solo con i bollini della “tessera del pane” che Rovighi non poteva avere e che, anche avendoli, bastavano appena. Don Guido e Adele riuscirono a salvare Rovighi (testimone poi del loro gesto) e ottennero il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni che va a “ individui non ebrei che hanno compiuto atti eroici per salvare ebrei durante la Shoah, rischiando la propria vita senza alcun interesse personale”.

Sono vicende – da ricordare in questi tempi di crescenti divisioni – perché richiamano una solidarietà umana che va oltre le ideologie e gli schieramenti. Sono espressione di una profonda, antica cultura cristiana e contadina, ancora utile riferimento per scelte e azioni, che costituisce la radice autentica dell’identità trentina.

A proposito, infatti, non può essere scordata la maestra Valeria Jellici e la sua famiglia di Moena, che ospitarono e nascosero negli anni di persecuzione antiebraica, il tenente Richard Loewy e i suoi cari , purtroppo poi scoperti dalla Gestapo, arrestati e deportati ad Auschwitz nel 1944: una storia e una tragedia, fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, magistralmente ricostruita e raccontata dallo scrittore Giorgio Jellici. Ma anche il vescovo trentino di Assisi Giuseppe Placido Nicolini di Villazzano va ricordato, anch’egli “Giusto fra le Nazioni” per aver nascosto nei conventi francescani procurando loro nuovi documenti decine e decine di ebrei (circa 300 ha stimato il Yad Vashem). E non va dimenticata la denuncia pubblica delle leggi razziali fasciste da parte del vescovo di Trento Celestino Endrici, come ha documentato, nei suoi studi storici l’arcivescovo Luigi Bressan.

Risalta però in questo contesto la saldezza solitaria dell’operato di mons. Bortolameotti: gli derivava dal suo carattere rigoroso, esigente e al tempo stesso misericordioso (lo era anche con i suoi preti, austero, ma pronto a sostenerli ed aiutarli nelle loro fragilità) di fede granitica in Dio e nella Chiesa.

“Se mi arrestano manderanno un altro prete”, diceva a chi lo ammoniva sui rischi che correva. Non era solo un motto, era il suo progetto di vita.

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