Ho letto con interesse l’articolo di Giorgio Lunelli “Intelligenza artificiale, una voce fuori dal coro”, pubblicato su Vita Trentina. Lunelli sottolinea giustamente come papa Leone sia una delle poche voci che mette in guardia dai rischi di un’intelligenza artificiale senza limiti e senza regole, nelle mani di pochi.
Vorrei però segnalare che non è solo il Papa a parlare di questi temi. Anche in ambito accademico ed economico italiano e specificamente trentino ci sono voci autorevoli che stanno affrontando esattamente le stesse questioni, con particolare attenzione al settore agricolo.
Stefano Zamagni, economista di fama internazionale, ha recentemente tenuto una Lectio Magistralis proprio su questi temi, parlando di “algor-etica” (l’etica degli algoritmi) e della necessità che l’intelligenza artificiale soprattutto quella “agentica”, capace di prendere decisioni autonome sia governata fin dall’inizio da principi etici chiari, non da logiche utilitaristiche.
Marco Montali, dell’Università di Bolzano, e Fabio Zottele, della Fondazione Edmund Mach, hanno affrontato il tema del nesso cooperativo necessario tra chi produce strumenti digitali e chi li utilizza, evidenziando come senza partecipazione reale degli agricoltori nelle scelte su innovazione e gestione dei dati, la tecnologia rischi di diventare strumento di espropriazione e non di empowerment.
Ho avuto modo di approfondire questi contributi in uno speciale dedicato all’AKIS (Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura) pubblicato sul canale Digital Farmer.
Il punto centrale è questo: non mancano le voci che mettono in guardia. Manca chi ascolta. E mancano soprattutto le conseguenze operative di queste analisi.
Un esempio concreto: il Trentino ha scelto di non attivare la misura SRH06 della PAC, che avrebbe permesso di investire oltre 31 milioni di euro (insieme ad altre 13 regioni italiane) in servizi di back office, sistemi di supporto alle decisioni (DSS) e infrastrutture digitali per gli agricoltori.
Una scelta che ci esclude non solo dai finanziamenti, ma anche dalle future collaborazioni nazionali basate su interoperabilità e condivisione dei dati. Una scelta presa senza coinvolgimento diretto degli agricoltori, senza confronto pubblico, senza trasparenza.
È esattamente il rischio che papa Leone denuncia: pochi decidono per molti, senza regole condivise, senza partecipazione, senza alfabetizzazione digitale diffusa.
La differenza è che il Papa parla ai potenti del mondo. Zamagni, Montali e Zottele parlano (anche) a chi governa l’agricoltura trentina. Ma qui, più che “voci fuori dal coro”, sembrano voci nel deserto.
Lunelli conclude il suo articolo citando la necessità di “un’alfabetizzazione digitale per non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi”.
Condivido pienamente. Ma come si fa alfabetizzazione se si rinuncia agli strumenti che la renderebbero possibile?
Come si costruisce consapevolezza se le scelte vengono prese sopra le teste di chi dovrebbe essere protagonista?
Non serve solo ascoltare il Papa. Serve ascoltare anche chi, più vicino a noi, sta dicendo le stesse cose con linguaggio diverso ma con la stessa urgenza.
E soprattutto, serve che chi ha responsabilità di governo anche a livello provinciale ne tragga conseguenze operative, non solo applausi di circostanza.