William Shakespeare non ha solo ispirato innumerevoli film tratti dalle sue opere teatrali, la sua persona è diventata il fulcro di alcune storie per il cinema che, in alcuni casi, ne hanno sottolineato la vena creativa in chiave romantica (Shakespeare in Love, 1998), in altri ne hanno addirittura messo in discussione l’identità (Anonymous, 2011).
Con “Hamnet – Nel nome del figlio” viene tirata in ballo, per la prima volta, la sua famiglia, privilegiando il punto di vista di sua moglie, Agnes, e il rapporto con i loro tre figli, in particolare con il più giovane, Hamnet. A dimostrazione di ciò, il sommo drammaturgo, ancora lungi dall’essere mostrato come un uomo affermato e realizzato artisticamente, viene chiamato solo per nome.
Il film, attualmente candidato a otto premi Oscar, è un adattamento dell’omonimo best seller di Maggie O’Farrell (in Italia edito da Guanda Editore) ed è diretto con approccio contemplativo, naturalista e attento al ruolo della donna – allora come oggi – dalla regista già premio Oscar per Nomadland Chloé Zhao.
Agnes, interpretata dalla bravissima Jessie Buckley (prossimamente protagonista anche del rifacimento della Moglie di Frankenstein diretto da Maggie Gyllenhaal), sulle cui spalle si regge tutto il peso e l’intensità del film, è una donna libera, non allineata, che vive ai margini della società per le sue origini pagane, assimilata a una strega dalle malelingue e con un rapporto molto stretto con la natura (che l’accoglie al momento del parto); William (Paul Mescal), invece, è un aspirante autore per il teatro di buona famiglia, ma dal passato turbolento.
I due si incontrano, si amano con la stessa passione che William metterà nelle sue opere e senza indugiare troppo danno alla luce tre bambini. Quando il lavoro di William inizia a tenerlo lontano da casa sempre più spesso e per periodi di tempo sempre più prolungati, per avviare quello che oggi è conosciuto in tutto il mondo come il Globe Theatre, tra moglie e marito si creano delle frizioni che si acuiscono con la morte prematura del giovane Hamnet, undici anni e il sogno di seguire le orme del padre.
È allora che, proprio come in una tragedia annunciata di Shakespeare, Zhao sposta l’attenzione sulle modalità con cui Agnes e William metabolizzano il lutto per ritrovarsi nell’amore al termine della prima rappresentazione dell’Amleto che, idealmente, si vuole ispirato all’esperienza traumatica del figlio perduto vissuta dalla coppia. È questo il momento più intenso della pellicola, dove William dimostra la sua umanità attraverso le emozioni evocate dalla sua opera e Agnes si libera del dolore immedesimandosi nell’opera di William, dando voce al potere catartico dell’arte.