Il monito di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzi si rivela ogni giorno di più profetico. A quello puntano i Paesi che si stanno lanciando in conflitti il cui fine ultimo appare sempre più il caos. È così con tutta evidenza negli ultimi avvenimenti in Iran. La sua classe dirigente ha spinto in ogni modo perché si arrivasse ad una guerra “larga” in tutto il Medio Oriente, senza tenere alcun conto dei possibili costi come si era visto dalle dichiarazioni sempre sopra le righe di Khamenei e soci, i quali predicavano la loro invincibilità e l’abisso in cui sarebbero caduti i loro avversari.
Per adesso in quell’abisso sono caduti loro, ma stanno riuscendo a trascinare con sé l’intera area.
Non sfugge infatti che la rabbiosa reazione della classe dirigente iraniana è governata dal motto del “muoia Sansone con tutti i Filistei”: difficile infatti immaginare che l’Iran di ayatollah e pasdaran possa sopravvivere al confronto con gli USA e con Israele, anche se sta riattivando tutto il sistema dei suoi “proxy” (Hezbollah, Houti, Hamas) nel tentativo di generalizzare ed estremizzare il conflitto.
Probabilmente sperano di generare loro quel “cambio di regime” che gli israelo-americani si augurano a Teheran spostandolo nei paesi arabi del Golfo e non solo (certamente in Libano) accendendo guerre civili islamiste contro i governi al potere in quegli Stati (che, ricordiamolo, con l’islamismo radicale hanno pericolosamente flirtato negli anni passati).
Attirare l’Europa in questo gorgo sta diventando un altro obiettivo. Si sa che per esempio Francia e Gran Bretagna hanno presenze storiche in quelle aree, ma anche la Germania e l’Italia hanno interessi non fosse altro che per le questioni petrolifere.
Sebbene né Trump, né Netanyahu abbiano interesse a veder partecipare gli europei, dovranno per forza di cose accettare un loro coinvolgimento, vista la complessità della partita da giocare. Ma è una partita tutt’altro che semplice.
L’Italia si trova in una posizione che dire scomoda è poco. La drammaticità della situazione non sfugge. Mattarella si è sentito in dovere di intervenire invitando a “non rassegnarsi a derive inevitabili” e ad impegnarsi per il “grande bisogno di fiducia e speranza” che è quanto mai necessario. Di più nella sua posizione difficile possa fare, soprattutto per ora. Il nostro Paese è politicamente intrappolato nella guerriglia per l’esito del referendum sulla legge Nordio e, per sovrappiù, la maggioranza ha avviato un confuso progetto di riforma della legge elettorale: tutte circostanze che non aiutano nella gestione di una emergenza internazionale che richiederebbe non la fiera delle vanità dei personaggi politici, ma un lavoro approfondito per vedere come l’Italia può gestire le emergenze che inevitabilmente si allargheranno (a cominciare da quelle sul fabbisogno energetico).
Giorgia Meloni è fortemente condizionata dalla vicinanza che pretende di avere con Trump: scriviamo così, perché sospettiamo che in realtà almeno da parte americana la volontà di considerare la premier italiana come l’ago della bilancia europea sia molto relativo. Una ragione non banale è che, purtroppo, trattandosi di una guerra ormai molto sviluppata, è molto più alto il peso di Stati con potenziali militari notevoli come Gran Bretagna e Francia (che hanno anche l’arma atomica) o con potenziali economici e con una geografia proiettata sul Centro Europa come la Germania. L’Italia non ha una capacità militare rilevante, né una capacità economica robusta. Non è un caso che si parli sempre più di un quadrumvirato Parigi-Londra-Berlino-Varsavia come motore dell’azione europea.
Non stupisce ovviamente che chi, come Macron, si è visto in passato messo ai margini da Meloni non resista oggi alla tentazione di restituirle il dispetto: non è lungimirante, soprattutto perché l’Italia ha un ruolo significativo nel rapporto fra il Mediterraneo e la sponda africana che non andrebbe sottovalutato, ma anche nelle relazioni internazionali le psicologie giocano qualche ruolo.
In questo quadro sarebbe interesse del governo italiano ritrovare la via per costruire una qualche forma di collaborazione istituzionale, ma il contesto rende l’impresa proibitiva. Tanto nella maggioranza quanto nelle opposizioni le forze pronte ad approfittare di un momento di cedimento del muro contro muro sono molteplici e nell’ottica di andare al massimo fra un anno o giù di lì alla resa dei conti elettorale, tutti si mantengono fedeli alla messa in scena dello scontro finale fra angeli e demoni.
Il fatto è che per come sono messe le cose dubitiamo di avere un anno di tempo per fare a cornate pensando solo dopo a come riattaccare i cocci. Speriamo tanto di sbagliarci.