Il voto referendario indicherà una direzione

È stata una duplice, preziosa, occasione di educazione civica e di risveglio democratico (e non è poco con i tempi che corrono).

A dieci giorni dall’appuntamento delle urne possiamo ben dire che la campagna referendaria, ha avuto – per chi ha voluto – questo doppio e positivo effetto.

Per altri, certo, è stata l’ennesima prova di demonizzazione dell’avversario e/o di menefreghismo antipolitico, ma preferiamo soffermarci sui tanti che – speriamo – si recheranno a votare. Hanno colto il dovere-diritto di “rispondere” col voto al referendum sulla giustizia (che è confermativo, non consultivo!), se intendono avallare o meno questa riforma costituzionale che andrebbe a modificare fortemente il CSM, l’organo di governo autonomo della magistratura, nella sua composizione e nelle sue funzioni.

Grazie agli organi di informazione (e Vita Trentina ha voluto fare la sua parte, illustrando già due mesi fa i quesiti molto tecnici), i volonterosi hanno potuto comprendere le tre direzioni sulle quali la riforma incide: i due CSM (uno per la magistratura giudicante, l’altro per quella inquirente); la loro composizione e la materia disciplinare.

Ma in quest’approfondimento sono stati sollecitati a riandare in un utile “ripasso scolastico” ai princìpi con cui i Padri costituenti hanno immaginato il potere giudiziario nella sua necessaria autonomia (per l’equilibrio costituzionale sottolineato dallo stesso presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinal Matteo Zuppi).

Sono stati anche spinti ad approfondire i motivi per cui la Carta Costituzionale prevede un organo specifico, il CSM appunto, per assicurare l’indipendenza dei magistrati, sia nella loro “carriera” (trasferimenti, promozioni…), sia nei provvedimenti disciplinari assunti a loro carico nel seno stesso della magistratura e non da altri come ministri o politici in generale.

Comprendere le ragioni fondanti dell’assetto costituzionale rappresenta già un’acquisizione preziosa dal punto di vista culturale e sociale. Veniamo infatti da decenni che hanno visto delegittimazioni reciproche e invasioni di campo e questa consapevolezza aiuterà anche nella delicata fase del post referendum, perché – comunque vada – rimane decisiva la moralità personale dei magistrati così come sono altrettanto importanti le future leggi ordinarie in tema di giustizia, assunte (sperabilmente) con un confronto parlamentare reale: questo testo, non dimentichiamolo. è arrivato blindato in Parlamento.

Il secondo “mi piace” sull’andamento di questa campagna referendaria lo ritroviamo nel risveglio progressivo (“più se ne parla, più l’interesse cresce”, ci dicono i corrispondenti dal territorio) con il quale varie realtà associative pure nel mondo cattolico hanno promosso confronti esemplari per “fair play” democratico, attenti anche alle ragioni dell’altro. Alcune associazioni cattoliche si sono pronunciate: la maggioranza per il “No”, alcune per il “Sì”, altre invitando comunque a non disertare pregiudizialmente le urne.

I sostenitori della riforma, che vedono in queste novità il completamento della “linea Vassalli” della riforma del codice di procedura penale del 1988, ritengono che la separazione delle carriere sarebbe garanzia per il cittadino nel processo penale e non intaccherebbe l’indipendenza della magistratura. Affidando al “sorteggio” la scelta dei membri del CSM porterebbe ad evitare le “correnti” interne alla magistratura. Secondo la posizione del “No” al referendum, sostenuta ad esempio con impegno convinto dalle Acli anche in Trentino, la riforma andrà nei fatti a compromettere le fondamenta dell’architettura costituzionale (si veda l’art. 104) che ha sinora garantito l’indipendenza della magistratura in Italia; inoltre il CSM “spacchettato” in due sarebbe di fatto fortemente indebolito, anche perché d’ora in poi privato dei compiti disciplinari.

Con i tre nuovi organi configurati dalla riforma (i due CSM e l’Alta Corte disciplinare) si aprirebbe quindi il varco – se non la strada – ad un controllo dell’esecutivo sulla magistratura; il sistema del sorteggio – scartando i criteri di meritocrazia e di legittimazione da parte dei colleghi – renderebbe completamente casuale la scelta di magistrati che invece dovrebbero avere provate capacità di tutelare i colleghi da pressioni del potere politico. Chi opta per il “No” fonda la sua contrarietà alla riforma sulla valutazione – che è anche in parte valutazione politica, giustamente, non solo tecnica – che si andrebbe a mettere a rischio l’equilibrio fra i poteri e a determinare una progressiva erosione dell’indipendenza della magistratura, che in molti Paesi ha subito in questi anni attacchi molto forti, “sbilanciando” il rapporto a favore dell’esecutivo in carica, di qualunque “colore” esso sia.

Una battuta, per stemperare le tensioni di questi giorni. A ben pensarci, ogni referendum ci fa corrispondere comunque all’invito del Vangelo: “Il vostro parlare sia sì sì, no no”.

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