La situazione internazionale è pesante, ma altrettanto confusa. Non si capisce bene se e quando si potranno fermare le azioni di Iran, Israele e Usa che puntano ciascuno ad esiti diversi della guerra, ma quel che è certo è che le ricadute della crisi sull’economia internazionale non sono poca cosa, anche se nell’altalena dei prezzi di petrolio e gas negli ultimi giorni è difficile dire quanto saranno gravi e quanto impattanti (ma l’alternativa temiamo sia tra pesanti e drammatiche).
Questo è il quadro con cui deve misurarsi la politica italiana lasciando da parte le retoriche buone per infiammare i vari pasdaran al servizio dei partiti e dei loro circoli di sostegno.
Non lo riesce a fare perché la campagna per il referendum sulla legge Nordio è alla stretta finale (si vota fra poco più di una settimana) e il risultato delle urne è atteso come una sorta di giudizio di Dio sugli equilibri politici italiani. Questo impedisce qualsiasi serio confronto fra i partiti rappresentati in Parlamento, ma anche con le migliori espressioni della società civile. In altri tempi un intervento equilibratissimo e alieno da spirito di parte come quello che “La Civiltà Cattolica” ha dedicato al contenuto della riforma Nordio sarebbe stato oggetto di grande considerazione e di molte discussioni: oggi è stato appena degnato di qualche distratto articolo di giornale.
La congiuntura economica difficile che potrebbe essere alle porte e la valutazione della posizione realistica che l’Italia è chiamata a prendere nel contesto europeo e internazionale sono più materie per riproporre slogan vecchi e stantii che occasioni per trovare il modo di un confronto allargato che produca un atteggiamento condiviso nella risposta alle emergenze. Non si può fare a meno di notare come un gesto di apertura della premier Meloni, che sulle modalità di contrasto all’aumento dei prezzi sui beni energetici ha accolto un suggerimento della Schlein, sia stato non solo marginalizzato dalla maggioranza, ma svalutato dalle opposizioni.
È chiaro che ciascuno teme di indebolirsi se rinuncia alla postura per cui si sta combattendo la grande battaglia finale fra gli angeli e i demoni. Con sondaggi che danno le possibilità di vittoria di ciascuno dei due campi in bilico, nessuno vuole indebolire la determinazione dei propri pasdaran nello scontro finale. Capire che questo scontro finale non esiste, che la capacità di resistenza alla congiuntura internazionale è molto più importante, sarebbe doveroso, ma il clima non è questo. Più che i sondaggi la politica dovrebbe valutare la stanchezza di una larga parte dell’opinione pubblica che non si fa coinvolgere negli spettacoli gladiatori dei campioni dell’uno e dell’altro campo, poco convinta dalle argomentazioni da comizio di quart’ordine.
La gente comprende invece che il mondo si avvia su una china pericolosa. È attenta alla voce autorevole di Mattarella che ricevendo la laurea honoris causa dalla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze ammonisce ad evitare che si cada in una “regressione” che sembra vedere “un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista”. Si genera così uno spaesamento del nostro sistema sociale che sente mancare una guida solida capace di affrontare tempi che si vede bene non saranno facili.
Non sarebbe giusto ignorare che esistono forze e personalità, non molte, ma ci sono, le quali sono consapevoli che la politica deve trovare la via per uscire da questa guerriglia generalizzata individuando degli sbocchi che possano equilibrare la dialettica fra le diverse anime del paese (quelle vere e profonde, non quelle create ad arte per gli spettacolini dei talk show e dei social media). Ciò che impressiona l’osservatore è che anche coloro che in privato convengono su questa analisi, poi in pubblico non hanno il coraggio di rompere col dovere della faziosità di schieramento. La ragione è semplice: in una lotta di ortodossie (fasulle e imposte) chi non pronuncia anatemi verso l’avversario o il diverso è considerato colpevole di eresia. È una vecchia storia, lo sappiamo bene, ma è una storia che proprio perché la si conosce si sa che porta disastri.
Diventerebbe più che mai necessario rompere lo schema perverso delle lotte fra fazioni, lotte che lasciano grandi spazi per la costruzione di spazi protetti a favore di lobby e potentati, i quali, al contrario di quel che affermano pubblicamente, sono interessati solo a difendere i propri feudi e sono indifferenti alle sorti del partito che strumentalmente servono (e che non hanno problemi a cambiare secondo convenienza).