La notizia
Il 16 ottobre 1931 i fascisti occupano la sede della Sosat, il presidente Giovanni Peterlongo viene costretto ad abbandonare il suo posto, che viene assunto dal commissario straordinario Antonio Falzolgher. Ma quando quest’ultimo vuole prendere possesso dell’associazione, essa non esiste più perché i soci si erano dimessi in massa.
Dell’occupazione fascista non volle e non poté dare notizia Vita Trentina nei numeri successivi, che aveva invece informato in precedenza sul cambio di presidenza dentro la Sosat, aggirando in quel caso la censura del regime fascista.
Le squadre fasciste fecero irruzione nella sede della Sosat, per devastarla e intimidirne gli iscritti nel 1931, dieci anni dopo che l’associazione era stata fondata come sezione autonoma della Sat, la quale a sua volta, dopo l’unione del Trentino all’Italia, era appena stata riconosciuta sezione autonoma del Cai, mantenendo lo stemma e il motto “Excelsior”. Vita Trentina diede la notizia del cambio di presidenza, per aggirare la censura che il regime fascista, già consolidato, imponeva sui raid che devastavano sistematicamente associazioni cattoliche, cooperative, gruppi di volontariato giovanile non allineati. Nella Sosat, fondata da uomini liberi e aperti quali erano Nino Peterlongo ed Emilio Parolari (che sarebbe diventato uno dei protagonisti della Resistenza) si sapeva cosa significasse l’allontanamento del presidente: il fascismo voleva il controllo non solo della politica e dell’economia, ma del tempo libero della popolazione, dei giovani soprattutto, mentre la montagna costituiva la massima alternativa di libertà alle adunate imposte. Anche la Sat offriva l’alternativa della montagna, ma in un certo senso veniva giudicata meno temibile nella sua concorrenzialità per il suo passato patriottico e irredentista (anche Cesare Battisti ne aveva fatto parte), mentre la Sosat sottolineava con orgoglio la sua vocazione operaia.
La Sosat, peraltro, prima sezione della Sat, non si poneva come una semplice diramazione del sodalizio, o un suo decentramento, ma ne costituiva un valore aggiunto fondamentale, aprendosi ad una base sociale più ampia e popolare che portava con sé anche “un’altra idea” di montagna oltre a quella nobilissima, ma percepita spesso come elitaria, di uomini e scrittori come Guido Rey, del quale peraltro Nino Peterlongo era amico e ammiratore. La Sat era nata nel 1872 per confrontarsi alla pari con gli arditi arrampicatori e viaggiatori inglesi e tedeschi che avevano percorso, conquistato, fatto conoscere come “playground of Europe”, terreno di gioco d’Europa, le montagne trentine, spesso però anche con il sottinteso di “occuparle” con i loro rifugi e l’organizzazione delle guide alpine. La Sat voleva invece dimostrare che la montagna era un luogo di vita, di conoscenze naturali, di libertà e lavoro, non erano lo stadio di un gioco del quale gli abitanti divenissero le pedine. La Grande Guerra aveva poi mutato radicalmente tutto lo scenario alpino. Battaglie, bombe, distruzioni fin sulle più alte cime ne avevano sconvolto non solo strutture e collegamenti, ma la stessa visione, mentre era mutata anche la situazione sociale dei Paesi: le montagne, quindi, non bastava percorrerle per picchi, passi e ghiacciai come proponeva John Ball, ma dovevano essere riconquistate alla pace e riconsegnate a chi, per secoli, le aveva vissute come presidio di libertà, di lavoro, di operosità.
Da questo contesto e da queste sensibilità era nata nel 1921 la Sosat, per dare spazio ad una “conquista” sociale della montagna, aprendola alle famiglie operaie e alle prime gite di gruppo, di fabbrica, di comunità. Erano prospettive che, nei nuovi tempi difficili che si presentavano, si sarebbero presto aperte a nuovi spazi per i giovani, alla ricerca di una rivendicazione di libertà a fronte di chi cercava di irreggimentarli, di imporre loro la camicia nera come nuova divisa, di massificarli. Ecco lo spirito della Sosat: socialità, libertà, coralità. Non a caso dai suoi primi componenti, fra i quali i fratelli Pedrotti, artigiani (falegnami e fotografi appassionati di musica) nacque nel 1926 il Coro della Sosat con la riscoperta degli antichi canti che restituivano alla montagna la sua funzione di incontro, di tenerezza, di dono. Cantare insieme al ritorno da una gita strappata al “sabato fascista” (“Quel mazzolin di fiori …”) diventava una promessa, quasi un patto di solidarietà comune che si sarebbe prolungato anche dopo il ritorno a casa, in fabbrica. Ecco la Sosat, ma ecco anche la ragione delle devastazioni del 1931 fin tanto che nel 1938 la sezione venne fatta sciogliere. Rimase però il Coro, assorbito dalla Sat e diventato Coro della Sat, per rinascere poi con la Sosat nel dopoguerra . I due cori, nati da un’unica radice, da allora fino ad oggi si sono completati, confrontati, stimolati, contribuendo al diffondersi dell’ampia coralità trentina. La loro funzione, quella della Sosat in particolare, non si è però conclusa, perché la montagna presenta sempre nuovi problemi che vanno affrontati con l’antico spirito di resistenza e di umiltà. Le nuove invasioni vengono dalla meccanizzazione turistica spesso fuori controllo, unita al tentativo di trasformare la montagna in “playground” di eventi consumistici, di apparenze invece che esperienze reali. Occorre allora riproporre lo spirito dei pionieri seguendo sui sentieri quella bussola che è l’epopea degli antichi canti corali, che sono tutto fuor che folklore.
Certo, oggi si registra la difficoltà del ricambio generazionale. I giovani pare non vogliano più cantare insieme. Molte possono essere le cause ed i rimedi non possono ridursi a semplici scorciatoie. Ma forse la Sosat, sezione agile che ha sempre saputo anticipare i tempi, potrebbe provare a rilanciare le “gite insieme” e le armonie sui prati, attorno a un fuoco e nei pullman come “scuola di canto”, più che le lezioni nelle aule o i grandi concerti nei teatri e nelle sale più famose. Mettendo nel conto, magari, qualche stonatura, ma coinvolgendo di più.