Ilaria, l’anoressia nervosa diventa un albo illustrato: “Così ho addomesticato il mio mostro”

Una delle illustrazioni realizzate da Ilaria per la sua tesi

“Riprendersi era una mia responsabilità. C’era qualcosa in me, forse la speranza, che mi obbligava a reagire. Non potevo stare seduta ad aspettare che qualcuno lo facesse per me, perché nessuno avrebbe potuto farlo”. Ilaria Gasperotti, ventiduenne di Pomarolo, si racconta così, con le immagini e le parole tratte dal suo albo illustrato. Un lavoro, che è anche la sua tesi di laurea, con cui ha concluso i suoi primi tre anni in Fumetto e Illustrazione all’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

Una storia come tante se non fosse che Ilaria ha scelto di trasformare la sua malattia, l’anoressia nervosa, nel suo campo di studio. Così un giorno ha preso un foglio e ha iniziato ad abbozzare il ritratto di uno dei disturbi alimentari più famosi del nostro tempo. Per farlo è partita da Hans Christian Andersen, lo scrittore danese che ha avuto il coraggio di scrivere favole con un finale triste e di intrecciare le sue storie con i ricordi di una vita vissuta sempre ai margini. Lo stesso ha fatto Ilaria, raccontando la fiaba della sua vita, illustrando qualcosa che la teneva bloccata, qualcosa di cui era a conoscenza ma che non aveva forma.

“Ero alle superiori ed ero in sovrappeso, da lì è iniziato tutto, con diete fai da te e allenamenti estenuanti”, racconta Ilaria

L’anoressia si è trasformata così in una creatura, che ha immaginato gialla con due cornetti in testa e degli stivali fino alle ginocchia. Un mostro che entra nella sua vita, come un dolce e minuscolo compagno di giochi. “Tutto è partito dal dare una voce e una forma a quella parte di me che non mi lasciava mai sola. L’ho sempre considerata una cosa esterna alla mia anima, perché prima non esisteva”, spiega Ilaria. “Questa subdola malattia è entrata nella mia testa, rubandomi la voce, rinchiudendomi nella mia bolla sicura, annientandomi. Mi ha fatto credere di essere forte, soddisfatta, sicura di me. Quando finalmente l’ho smascherata, ho chiesto aiuto”.

Anche Ilaria, proprio come lo scrittore Andersen che scrisse il Brutto Anatroccolo pensando a se stesso, si è sentita diversa. “Ero alle superiori ed ero in sovrappeso, da lì è iniziato tutto, con diete fai da te e allenamenti estenuanti. All’inizio non accettavo la mia situazione, non volevo vedere ciò che mi stava succedendo, ma dopo quattro anni ora ne sono consapevole, anche se il processo di guarigione è ancora in atto. Il momento peggiore è stato quando a Bologna un dottore mi disse: ‘Se la prossima settimana perdi altro peso, ti ricovero, il tuo corpo e il tuo cuore non reggono più’. Mi sentii il mondo crollare addosso: era il momento di agire”.

L’anoressia si è trasformata così in una creatura, che ha immaginato gialla con due cornetti in testa e degli stivali fino alle ginocchia                                                                     

Ilaria poco dopo è stata presa incarico dal Centro Gruber, un centro bolognese di disturbi alimentari, e ha proseguito il suo percorso personale che l’ha portata a realizzare la fiaba illustrata della sua vita. “Credo che il succo delle fiabe non sia la morale, ma piuttosto la fiducia di poter superare le difficoltà. Quando ho iniziato a stare meglio, mi sono accorta che non volevo vivere da apatica, volevo tornare nel mondo, ricominciando a disegnarlo. Il mio invito è di non smettere mai di leggere fiabe, insegnano l’arte del vivere, preparano a comprendere la coesistenza del bene e del male in ogni azione umana, aiutano ad entrare in contatto con i problemi della vita e ad affrontarli”.

Il lavoro di Ilaria, che ora sta cercando un editore per pubblicarlo, è stato realizzato grazie a due professori Emilio Varrà e Octavia Monaco che hanno capito che cosa stesse vivendo, incoraggiandola a mettere su carta le sue emozioni. Un lento e doloroso lavoro che la ragazza ha dedicato alla sua famiglia, e in particolare alla mamma che non ha mai smesso di tenere per mano la figlia in tutti i suoi passaggi, mettendosi in discussione, piangendo e ridendo con lei. “Mia nonna ha letto subito tutta la mia tesi in un giorno, e poi mi ha chiamato, quasi scusandosi, dicendomi che non aveva capito quello che avevo vissuto. E per me è stata una grande soddisfazione, perché spesso questa malattia è poco compresa”.

L’ultima dedica del suo lavoro è quella per se stessa: “Grazie a te, Ilaria, che hai scelto la vita”.

 

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