“Il dramma che sta vivendo l’Italia e lo Stato italiano, messo in iscacco dalla Brigate Rosse, rischia di paralizzare il Paese quasi ipnotizzato dall’occhio iniettato di sangue di un serpente che attira paurosamente nella sua bocca lambita di una lingua biforcuta”.
Così Vita Trentina descriveva il rapimento di Aldo Moro il 23 aprile 1978, ad una settimana dall’imboscata tesa dai membri delle Brigate Rosse, avvenuta il 16 marzo in via Mario Fani a Roma.
Il rapimento dell’onorevole Moro all’epoca pose una tragica questione: scegliere se sacrificare la vita di un uomo – un uomo che si era dedicato intensamente al bene comune – o la preservazione della democrazia. All’apparenza, si legge nell’articolo, si tratta di un “conflitto dei doveri”, di un’antinomia insanabile tra due concetti che non dovrebbero mai venire meno.
“Ironia della sorte: un uomo, maestro nel trovare sbocchi politici a situazioni complicate che ad altri sembravano insolubili ridotto ad una situazione senza sbocchi che non significhino un qualche cedimento o nella direzione della salvaguardia delle istituzioni o nella direzione del pur legittimo diritto alla vita.”
Aldo Moro, baluardo del compromesso politico e storico tra le fazioni d’Italia, proprio per questo impegno profuso nel dialogo ora con la sua prigionia “minaccia lo stesso sistema democratico italiano”.
Eppure, forse, salvare un uomo che tanto si è prodigato per la democrazia e per il suo Paese, non dovrebbe essere considerato come una debolezza dello Stato. Resta testimonianza nelle cronache di numerose iniziative e proteste e mobilitazioni dei cittadini che si schieravano apertamente a favore della liberazione. Tra le altre spicca quella di un gruppo di studenti, con il proprio professore, che aveva manifestato, ispirato da una citazione dello stesso Moro: “Si tratta di incassare molti colpi conservando la calma e il controllo di sé. Si tratta di continuare a credere nelle istituzioni mentre sono sottoposte a dura prova”.
C’era, in quel momento, ancora la speranza che tutto si risolvesse per il meglio. Anche una giovane Amnesty International aveva offerto la sua mediazione per tentare un compromesso e la restituzione del presidente di Democrazia Cristiana. La prigionia, come ora sappiamo, purtroppo invece durò a lungo, ben 55 giorni, per poi terminare, assieme al fiato trattenuto dagli italiani, il 6 maggio 1978 nel bagagliaio di un’auto, in via Caetani a Roma.