“Cinque morti ai margini della città” titolava Vita Trentina nel numero del 21 marzo 1993. Erano le 3.37 di giovedì 18 marzo quando cinque kosovari morirono nell’incendio che distrusse l’ala nord di Maso Visintainer, situato alla periferia di Trento. Le vittime dell’incidente furono Gemail Bajrali, 42 anni, i figli Musafer di 17 anni e Sehaddi di 16 e i due fratelli Zacpic Agim di 19 anni e Zacpic Regep di 17 anni.
“A Maso Visintainer – ricordava il settimanale diocesano, che aveva dedicato la prima pagina proprio a questo fatto – avevano trovato precario rifugio un centinaio di persone. Donne e bambini, la maggior parte. Una situazione insostenibile, più volte denunciata dall’Atas, l’associazione vicina alla Caritas che si occupa dell’accoglienza degli immigrati”.
“La città – ancora addormentata oltre il fiume – sapeva. Sapeva di quest’alloggio disumano dalle cronache dei quotidiani e da ‘Vita Trentina’, che appena un mese fa lanciava l’appello dell’Atas a favore dei kossoviani che ‘vivono come bestie'”, scrive Diego Andreatta nel suo editoriale. “In pochi però si erano mossi di fronte a quest’ultima, difficile e complessa, emergenza straniera in Trentino, famiglie con tanti bambini e anziani che fuggono la guerra e girano l’Italia vivendo d’espedienti… E nelle ultime settimane la comunità slava, in attesa dei permessi di soggiorno, aveva cominciato volonterosamente a cercare le esigenti vie dell’integrazione. Accettava di farsi aiutare, desiderava una sistemazione migliore. Per i bambini si era avviato un piccolo progetto di scolarizzazione”.
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L’allora presidente dell’associazione Atas, Antonio a Beccara, aveva commentato così l’episodio: “Quando i problemi umani, pressanti, hanno a che fare con i tempi di una burocrazia ottusa e imbecille, non ci si deve meravigliare di ciò che succede. Qui, se non scoppiava un incendio, sarebbe scoppiato il tifo. Come Atas abbiamo chiesto da tempo i permessi di soggiorno per motivi umanitari. Da tempo abbiamo chiesto che si trovasse una soluzione alloggiativa diversa, la caserma Degol, la colonia della Croce Rossa a Levico… Rileggetevi il documento che tre mesi fa abbiamo inviato a Comune, Provincia e Commissariato del Governo. Lì, stava scritto tutto. Ognuno – adesso – si prenda le sue responsabilità”.