Quante volte lo abbiamo detto: “Il mondo è diventato piccolo, entra nelle nostre case e la nostra casa non conosce più confini”. Ci si sposta ovunque con grande facilità; le videochiamate cancellano le distanze; i nostri scritti, le foto, i video, tutto si trasmette nel tempo di un battito di ciglia. Siamo cittadini del mondo, ma non siamo mai stati così spaesati, senza riferimenti. Sugli smartphone ci arriva tutto (e di tutto), senza doverci spostare. La nostra casa si trova ad ospitare ogni cosa, anche quelle che non riusciamo a definire, decifrare, comprendere. Ci arrivano le cose belle e le cose terribili, nello stesso telegiornale. La guerra, che una volta era vissuta come qualcosa di lontano, oggi ci arriva senza mediazioni.
“Questa rappresentazione orribile ha scritto il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago – dimostra che viviamo in un’epoca nella quale la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa è stata drasticamente ridotta. La crisi morale che stiamo affrontando non riguarda solo la guerra in sé, ma anche il modo in cui noi, gli osservatori, vediamo la violenza, poiché la guerra è ormai diventata uno sport da spettatori o un gioco di strategia».
Nel 1882, il cronista della “Gazzetta di Trento”, dovendo descrivere una delle più drammatiche alluvioni dell’Adige, si trovò nelle condizioni di ammettere che nulla poteva raccontare perché nulla sapeva, non c’erano notizie perché nessuna notizia riusciva ad arrivare in redazione. Al massimo, affacciandosi alla finestra, poteva registrare che la pioggia non aveva intenzione di cessare. “Il disastro ond’è colpito il nostro paese, prende ognora più estese, più gravi, spaventose proporzioni. Dopo una sosta di brev’ora, ieri sera la pioggia riprese, è durata senza sosta tutta la notte, perdurando dirotta stamane anco, ingrossando vieppiù i corsi d’acqua con aumento costante dei danni gravissimi e di pericoli vie maggiori. Mancano sempre particolari da fuori. Niuno ha tempo di segnalare quello che accade, le disgrazie ed i pericoli troppo incalzano tuttora, e sempre più minacciosi e stringenti dappertutto”. Cronaca dell’ottobre 1882 quando tutto era limitato a ciò che gli occhi del cronista potevano vedere.
Oggi la questione sembra essersi ribaltata: non si cercano più le notizie, ne siamo travolti. Si deve cercare, piuttosto, di mettere ordine tra le troppe che ci sommergono. Ci arrivano dai quotidiani online, dai social, dagli amici attraverso WhatsApp. Ogni giorno siamo chiamati a cercar di dare una priorità a quanto ci viene comunicato. Siamo travolti dalle “news”, ben sapendo che non tutte sono vere e che – tra “fake news” e “deep fake” (la capacità di elaborare la voce e il viso delle persone) – l’intelligenza artificiale viene spesso usata per ingannare, non certo per aiutarci a capire. L’informazione diventa incessante, no stop, “in tempo reale”. Il flusso continuo di notizie ci espone, però, a un sovraccarico informativo che – anche quando le notizie sono vere – può generare ansia e senso di impotenza. Di fronte a questo bombardamento informativo molte persone reagiscono con stanchezza o distacco, scegliendo di ignorare l’attualità. Ci si disinteressa, ci si trasforma in spettatori che hanno ben altro a cui pensare.
In caso di guerra, tutto diventa ancora più complicato. Lo aveva già detto Eschilo, nel quinto secolo prima di Cristo: «In guerra la prima vittima è la verità». Lo avevamo già sperimentato con lo scoppio della guerra in Ucraina e con la guerra a Gaza. Oggi ne abbiamo la riprova con tutto ciò che rientra nella “narrazione” della guerra in Iran. Sin dal primo momento (le prime agenzie sono arrivate sui social una manciata di minuti dopo l’attacco) è stato evidente che la velocità dell’informazione può trasformarsi in un potente strumento di propaganda. La diffusione immediata di immagini, video e testimonianze spesso precede le verifiche giornalistiche. In questo modo contenuti parziali, fuori contesto o manipolati possono circolare rapidamente e influenzare l’opinione pubblica mondiale. Addirittura, si sono usati spezzoni tratti da videogiochi o scene realizzate con i programmi dell’intelligenza artificiale.
Oggi, aggiunge il cardinale di Chicago, “i giornalisti hanno coniato il neologismo «gamifying the war», la riduzione della guerra a un gioco: che profondo fallimento morale, perché «gamifying» significa spogliare le persone reali della loro umanità”.
I social media amplificano questo processo, rendendo virali immagini spettacolari o emotivamente forti, che attirano attenzione, ma non sempre spiegano davvero ciò che sta accadendo. Anche quando le notizie sono vere, l’enorme quantità di aggiornamenti può generare ansia, confusione e senso di impotenza nei cittadini. Il bombardamento informativo rende più difficile distinguere tra analisi, propaganda e semplice rumore mediatico. Il risultato è che il conflitto non si combatte soltanto sul piano militare, ma anche su quello informativo.