Stramentizzo e la diga, un monito ancora valido

La notizia

In merito alla questione delle acque di Fiemme ed il loro sfruttamento (…) Mi permetta lo autore alcune brevi considerazioni, che forse lo orienteranno assai meglio nella valutazione di alcuni elementi di fatto.
Anzitutto niente campanile; bisogna vivere in Fiemme per constatarle. Poi una aspirazione più che legittima, da parte dei Fiemmesi, di avere una propria centrale per non essere sfruttati anche in questo campo; indi il riconoscimento di diritti prioristici dati dalla natura.
Sappiamo anche troppo bene che cosa si nasconde dietro l’interesse regionale o nazionale.
L’acqua di Lagorai noi non la berremo; usata per noi, la lasceremo scorrere verso altri lidi. Ma che si debba assistere impassibili all’accaparramento di ogni nostro ruscello ai fini palesi o reconditi di impinguare ancora e sempre gli estranei, ci sembra pretendere un po’ troppo.
(Vt n. 31, 31 luglio 1947)

Le proteste che fin dal luglio 1947, prima ancora che entrasse in vigore lo Statuto di autonomia regionale, segnarono la decisione di prelievo delle acque dai monti del Lagorai, in Val di Fiemme, confermano come i problemi energetici, ed in particolare quelli legati alla risorsa idrica, siano sempre stati centrali in Trentino. Nel caso in questione , che portò alla costruzione della diga di Stramentizzo sull’Avisio ed alla formazione dell’omonimo lago, le proteste riguardarono non solo lo “scippo” delle acque alle comunità locali, ma la violenza poi esercitata su un intero paese, quello di Stramentizzo, sgomberato, con gli abitanti trasferiti in residenze vicine mentre il paese veniva sommerso dalle acque.
È solo la punta dell’iceber dell’ “epopea” idroelettrica perché dopo aver rivendicato un’autonomia idroelettrica negli ultimi decenni dell’impero asburgico (Trento, con la centrale di Ponte Cornicchio sul Fersina fu con Cracovia fra le prime grandi città dell’impero a dotarsi di energia elettrica), fra la fine degli anni Quaranta e il secondo dopoguerra tutta l’area dolomitica e alpina fu interessata da un grandioso sistema di impianti volti a sostenere la ricostruzione postbellica che mutarono per molti versi la stessa percezione del paesaggio.
Il più esteso (ed impattante) resta il sistema Sarca-Molveno che vide il lago di Molveno svuotato dalle sue acque per farle confluire in condotta forzata al lago di Santa Massenza, con l’omonima centrale in galleria che ancor oggi rifornisce Milano nelle ore di punta e di massimo consumo energetico. Molveno a sua volta viene rifornito, ripristinandone anche con difficoltà il livello, dai torrenti che scendono dalle valli dell’Adamello verso il Sarca, con le acque captate da un canale di gronda a mezza costa lungo la Val Rendena, fatte confluire all’inizio della Val Genova e di qui riversate al bacino lacustre attraverso un ponte-canale sopra la valle di Mavignola e una lunga galleria che trafora il Gruppo di Brenta.
Agli impianti di Molveno seguirono poi quelli di n Val di Fumo, Santa Giustina, Stramentizzo appunto, Val d’Ultimo in Alto Adige, nell’area del Cevedale e in Val Venosta; si riempirono le valli di cantieri, con l’arrivo di moltissimi lavoratori provenienti da ogni regione d’Italia, portando anche nuovi costumi e mentalità. D’altra parte non mancarono costi anche molto pesanti. Mutò il regime delle acque, 80 sorgenti si inaridirono nella sola Rendena per effetto dei drenaggi operati dal canale di gronda, le acque dei laghi si raffreddarono portando mutamenti nel clima e nella fauna ittica, mentre le concessionarie idroelettriche divennero una forza dominante nelle vallate alpine, quasi un contropotere economico ed anche politico.
Fu questa poi una delle ragioni che portarono (nel 1963) alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. E anche uno dei motivi delle proteste fiemmesi su Stramentizzo, nel pieno della stagione dei cantieri, perché all’inizio i lavori vennero promossi da una società che aveva sì sede a Predazzo, ma non sembrava tener conto degli usi e dei beni collettivi locali.
La protesta si saldava anche alle richieste di autonomia che avrebbero portato allo Statuto del 1948. Una protesta non vana, tanto che per proseguire i lavori si sarebbe poi arrivati alla costituzione di una nuova società, denominata “Avisio” e partecipata dalla Magnifica Comunità di Fiemme, dalla SIT di Trento che aveva già ampie esperienze nella gestione di centrali e dalla Regione. Come ricordava il prof. Giulio Antonio Venzo non fu facile ancorare il calcestruzzo alle rocce su cui si appoggiava. Alta 63 metri e lunga 93, nel 1966 resse alla grande alluvione, così come fece anche la diga di Santa Giustina in Valle di Non. Il bacino contiene 10 milioni di metri cubi d’acqua, una risorsa preziosa in tempi di crisi energetica quali furono quelli nella prima metà del XX secolo, ma anche una lezione da non dimenticare oggi che, con le guerre in corso l’energia torna ad essere il problema dominante mentre anche l’acqua, sempre più preziosa anche per l’agricoltura e il turismo, per effetto dei mutamenti climatici diviene sempre più scarsa.
Non è più possibile oggi (nel frattempo c’è stato anche il Vajont) pensare a nuovi grandi impianti idroelettrici, né è pensabile costruire una centralina su ogni torrentello rimasto con acque libere, né cancellare intere valli sommergendole, o trasformare i laghetti alpini in bacini artificiali.
In questa prospettiva Stramentizzo resta come un monito per ribadire che le preziose risorse energetiche e naturali delle Alpi sono e debbono restare beni collettivi, patrimonio indivisibile e invendibile, a tutela delle comunità locali e delle future generazioni, non possono finire sul mercato, saccheggiate e poi alienate agli interessi multinazionali che formano il nuovo feudalesimo finanziario. Ciò vale anche per i pascoli, l’ambiente del lavoro e del turismo, le vie di comunicazione attraverso le Alpi. Per questo è positivo che la ricerca di energie alternative attualmente in corso non avvenga come una disordinata corsa da “far west”, ma in maniera coordinata, con la partecipazione delle comunità locali, anche per poterne poi razionalizzare con equità le risorse.
Provincia e Cooperazione devono vigilare attentamente sulla partecipazione e distribuzione di queste attività che devono essere coordinate e seguite.
Se l’idroelettrico resta il pilastro storico dell’energia alternativa, sostenibile e rinnovabile del Trentino, il futuro, a quanto pare di capire sta nel fotovoltaico. Sono già 33 mila gli impianti istallati nellsa provincia, come riporta un servizio del quotidiano “Il T” della scorsa settimana. Ma occorre fare attenzione che questa moltiplicazione di specchi e pannelli non diventi tumorale coprendo anche aree di coltura e zone di pregio.
Per questo appare utile che l’agenzia Aprie abbia già individuato per “Dolomiti Energia” 3700 aree in zone industriali, cave e parcheggi, giudicate idonee all’istallazione di pannelli. Occorrerà però vigilare attentamente su come il progetto (da completare entro il 2030, è stato scritto) proseguirà. L’energia, dal mito di Prometeo in avanti, non è mai stata priva di costi e controindicazioni anche pesanti e “trasformare il territorio in una centrale diffusa” come qualcuno propone può essere, se ben gestita, una soluzione brillante, ma con risvolti anche pesantemente negativi, come Stramentizzo ci ricorda e ammonisce.

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