Social e minori, in primo piano i rischi per i più giovani

Negli ultimi giorni, due episodi di cronaca hanno riportato in primo piano la questione della pericolosità dei social per i più giovani. Ne avevamo già parlato (Oblò 94, Vita Trentina 11 gennaio 2026) commentando la scelta dell’Australia di vietare l’uso dei social network ai ragazzi con meno di 16 anni. Su questa strada si sono già mosse la Francia, la Spagna, l’Austria e tanti altri Paesi. In Italia, come spesso capita, tutto tace, forse per non indispettire il Presidente americano che è il principale sostenitore delle Big Tech, le aziende monopolistiche che controllano il mondo dell’intelligenza artificiale.

Eppure, sono ormai univoche le voci di grande preoccupazione. “Ogni anno in più senza smartphone è un investimento nella salute del bambino”, ha avvertito la Società italiana di Pediatria. È necessario “rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. E bisogna ritardare il più possibile l’uso dei social media, idealmente fino ai 18 anni”. Parole al vento. Come gli avvertimenti degli psichiatri sull’uso dei social da parte dei ragazzi: un adolescente su tre – secondo una recente indagine Altroconsumo ed Euroconsumers – racconta di essersi imbattuto in una situazione rischiosa con contatti da parte di sconosciuti, messaggi di odio e discriminatori, contenuti violenti e sessualmente espliciti, così come atti di stalking o cyberbullismo.

La terribile vicenda del tredicenne della provincia di Bergamo che, a scuola, ha gravemente ferito con un coltello l’insegnante di francese, porta tanti dubbi proprio sulla capacità dei ragazzi di interagire in modo corretto con i social. Quando ha deciso di mettere in pratica il suo gesto, si era armato di un coltello, aveva indossato una maglietta con la scritta “vendetta” e portava al collo uno smartphone con il quale ha ripreso e trasmesso ogni cosa (l’arrivo a scuola, l’aggressione e la fuga) in diretta su Telegram. È dunque evidente che per lui era fondamentale non solo riuscire ad agire, ma anche condividere ciò che stava facendo con il suo gruppo social. Da chi era formato questo gruppo? C’erano solo ragazzini o c’era anche qualche adulto che ha approfittato delle loro fragilità?

Sempre sul canale Telegram, prima di uscire di casa aveva pubblicato un manifesto – scritto in inglese – in cui annunciava che «oggi è il giorno in cui mi prenderò la mia dolce vendetta» e spiegava che la sua è «una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità; ne sono stanco, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione ». Un linguaggio pulito, lucido, determinato. Forse sin troppo per un ragazzo di quell’età. Che sapeva – forse grazie proprio alle chat dell’IA – che per quel suo gesto non avrebbe avuto conseguenze: «Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo». In casa del ragazzo è stato sequestrato anche del materiale potenzialmente esplosivo ed è stato accertato che aveva seguito su Tik Tok dei video dove si illustrava come si può fabbricare un ordigno. A dimostrazione che il mondo della rete è davvero ricco di opportunità, ma è anche un ambito pericoloso, dove si può incontrare chiunque. Nessuno si fiderebbe a lasciare uscire da solo il proprio figlio di notte in una città conosciuta, ma gli si consente di navigare in rete senza protezione, frequentare gente di cui non si sa niente, condividere attenzioni e passioni senza alcun controllo.

Per tutto questo, certamente non bastano interventi normativi (sempre più importanti e sempre più urgenti), serve in primo luogo un’azione educativa ad ogni livello: famiglia, scuola, comunità. E serve – indubbiamente – una nuova consapevolezza da parte degli stessi socialnetwork che sinora hanno sempre messo il profitto al primo posto, fregandosene di ogni altra cosa. Proprio perché sono molto attenti ai soldi, è interessante ciò che è successo nei giorni scorsi negli Stati Uniti dove la Corte Suprema della California ha dato ragione ad una ragazza di 20 anni che accusava Instagram (gruppo Meta di Mark Zuckerberg) e YouTube (gruppo Google) di averla “intossicata” da quando aveva appena sei anni, portandola a gravi crisi depressive e a pulsioni suicide. I giudici hanno accolto la tesi dell’accusa: gli algoritmi sono costruiti in maniera tale da offrire ai ragazzi ciò che desiderano, ciò che più cattura la loro attenzione. Più si sta sui social, più aumenta – grazie alle pubblicità – il profitto dei grandi padroni di questo mondo che rischia di danneggiare i ragazzi, imprigionandoli in una sorta di mondo parallelo che non lascia scampo.

Meta e Google sono state condannate a risarcire la ragazza con tre milioni di dollari. Una sentenza che rischia di fare giurisprudenza, negli Stati Uniti e in tutti gli altri Stati dove negli ultimi anni si sono moltiplicate in maniera esponenziale le cause per i danni provocati dai social network. Una seconda sentenza, sempre negli Stati Uniti, a Santa Fe (Nuovo Messico), ha condannato Zuckerberg al pagamento di 375 milioni di dollari per i danni provocati da Meta per quanto riguarda la salute mentale dei bambini e per non averli protetti dagli account dei pedofili. Per i social, nati appena vent’anni fa, ciò che non riesce a fare il buon senso, può farlo – speriamo – la minaccia dei risarcimenti milionari.

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