“Ipotesi su Gesù” un best seller che resiste nel tempo

Tradotto in 22 lingue, “Ipotesi su Gesù” è uno dei tre libri cattolici più venduti e letti nel mondo. Adesso che ci ha lasciato, a 84 anni, il suo autore Vittorio Messori, scopriamo che quelle pagine avvincenti e lucide (come la chiara copertina) hanno la bellezza di 50 anni esatti. E conservano tutta la freschezza delle domande di ogni uomo in ricerca, l’efficacia di una puntuale sintesi sulle interpretazioni dei Vangeli, la capacità di incrociare le riflessioni dei giovani, al punto che tanti insegnanti ne ripropongono alcuni brani nelle loro lezioni. Perché questo best seller resiste al tempo?

Forse solo uno scrittore cresciuto nella Torino agnostica e anticlericale come Messori poteva passare al setaccio in modo così scrupoloso il deposito di critiche alla storicità dei fatti di Gerusalemme sotto Ponzio Pilato. E solo un convertito, convinto dopo un esame esigente, poteva appassionare tanti lettori di tutto il mondo a questa opzione esistenziale – la sequela di Gesù di Nazareth – che è capace di cambiare la vita di ogni uomo e di ogni donna, dandogli ragioni di impegno e di speranza. Con il suo entusiasmo, simile a quello dei catecumeni battezzati in Cattedrale dopo aver gustato i tanti passaggi del Vangelo, l’autore che poi condusse anche “Inchiesta sul cristianesimo” (nel 1986 pubblicato da Mondadori, poi dalla SEI e da Ares) ci ha consegnato innanzitutto l’idea fondamentale che la fede nel Cristo Risorto non è un’appartenenza infantile o tradizionale, un dato culturale o anagrafico, un’adesione scontata e indubitabile. Con il suo scavo personale prima ancora che giornalistico ci ha invitato a non scansare quelle legittime ipotesi, ad affrontare con serietà le stesse domande che gli smarriti discepoli di Emmaus si erano posti e alle quali lo stesso apostolo Paolo aveva poi dovuto rispondere agli interlocutori nell’Areopago di Atene.

“Ipotesi su Gesù”, edito da SEI nel 1976, ci presenta alcune solide tesi a favore della storicità dell’ebreo messo in croce, dell’incarnazione di Dio annunciata dai profeti, dell’essenzialità dell’annuncio “Gesù è Risorto”, le tre parole che formano il kerigma, la base della nostra fede. Non può essere quello dei cristiani di oggi (e di ieri) un approccio da facili creduloni o da paurosi devoti: le ipotesi e le tesi vanno formulate perché “la fede va certo al di là della ragione, ma non la contraddice”, anzi “la fede ha bisogno di conferme della ragione”, perché “il credere, per essere umano, deve apparirci ragionevole”. Un tema che è centrale nel magistero di Ratzinger, con il quale lo stesso Messori scrisse il fortunato “Rapporto sulla fede” ancora nel 1985.

Al termine evoca la nota “scommessa” del filosofo Blaise Pascal per il salto della fede, ma il convertito Messori da buon giornalista si fonda sulle fonti, sulle testimonianze dirette dei contemporanei del Nazareno e delle loro prime comunità, confermate nel tempo da studi esegetici e scavi archeologici. Prezioso per tanti lettori della sua rubrica “Vivaio” su Avvenire e dei suoi studi mariologici per Jesus, Messori si è poi assunto negli anni un ruolo da apologeta sui generis, difensore della fede un po’ ruvido tanto da essere soprannominato “Vittorso”. È arrivato a criticare con toni sopra le righe la Chiesa italiana (come al convegno ecclesiale di Palermo nel 1985 quando lo sentimmo dire in sala stampa che “il Vangelo si era fatto carta”) per stigmatizzare l’eccesso di documenti contro quelli che riteneva eccessi moralistici o “orizzontalistici” nei cristiani di oggi. Ci ha dato infine l’esempio di affrontare nella fede la malattia, fino al giorno del “suo” Venerdì Santo (una coincidenza di cui sarà forse contento) con il ”passaggio pasquale” che attendeva senza paura.

Le sue trecento pagine di “Ipotesi” restano un contributo unico, genuino, ancora utile.

vitaTrentina

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