Quando la nascita della Regione fece guardare all’Europa

La notizia

Gli eletti al Consiglio Regionale sono troppo consapevoli delle loro responsabilità per abbandonarsi ad una concezione così superficiale ed egoistica, per non vedere nel seggio che occuperanno, più che un onore, un servizio, un lavoro e una fatica per il pubblico, e per non dedicarsi a questo servizio col più generoso spirito di sacrificio e col massimo disinteresse. Con disinteresse in prima linea e soprattutto. (…) È questo spirito di modestia e di risparmio, questa coscienziosità e oculatezza nel maneggiare il pubblico denaro, questo disinteresse, questo distacco da Mammona , che chiede il minimo per sé per consacrare le risorse della Regione al bene pubblico con particolare riguardo all’elevazione economica e sociale delle classi più indigenti, la pietra di paragone per il nostro esperimento autonomistico…

Vita Trentina n. 50 del 16 dicembre 1948

L’attribuzione dell’autonomia regionale al Trentino-Alto Adige nel 1948 fu uno dei primi atti dello Stato repubblicano nato dal referendum istituzionale del 1946. Fu anche una delle scelte di pacificazione più illuminate prese per sanare le ferite subite dalle due Province di Trento e Bolzano nella loro storia più recente, per superare le violenze della guerra e quelle naziste nel periodo dell’Alpenvorland quando tutto il territorio regionale era stato inglobato, e di fatto annesso al Reich di Hitler.

L’autonomia speciale trasmetteva un chiaro segnale sui criteri, rispettosi delle minoranze, ai quali la Costituzione repubblicana si ispirava, teneva conto delle aspirazioni autonomiste radicate negli enti locali e in vasti strati di popolazione, rivendicava un’identità “trentina” non ridotta ad appendice di tirolesità, ma al tempo stesso ribadiva l’unitarietà della nazione italiana mantenendo i confini alle Alpi. In quegli anni seguiti al secondo conflitto mondiale, infatti, le autonomie speciali, alle quali venivano attribuite competenze anche “primarie” non ridotte ad atti amministrativi decentrati, riguardarono territori di frontiera nei quali le rivendicazioni di autogoverno potevano facilmente scivolare, o fatte dirottare, verso il separatismo. Così per la Valle d’Aosta nei confronti della Francia (de Gaulle voleva annetterla), il Friuli-Venezia Giulia, con Trieste ancora divisa sottoposta alle minacce jugoslave di Tito, la Sardegna orgogliosa, la Sicilia che subiva, anche attraverso il banditismo di Giuliano la tentazione di diventare uno Stato americano.

Quanto al Trentino e all’Alto Adige, si trattava di territori “chiave” sempre ambiti dalle potenze tedesche come l’Alpenvorland aveva confermato, ed i nazionalismi contrapposti che avevano portato alla tragedia delle Opzioni continuavano a far temere. Ben lo sapeva Alcide De Gasperi, che queste tensioni aveva direttamente vissuto e sofferto e che intendeva superare, con il governo di alleanze che presiedeva. La sua visione era di inserire le realtà territoriali problematiche in cornici (“frame”) di collaborazione, come aveva anticipato nell’Accordo di Parigi con il tirolese Gruber, senza ricorrere a nuovi separatismi, forieri poi sempre di reazioni e conflitti. Occorreva anche tener conto del quadro di grande incertezza e fragilità in cui tutta l’Europa si trovava dopo la guerra, dopo la caduta dei regimi dittatoriali e la vittoria degli alleati, americani, inglesi, francesi e russi che aveva portato all’occupazione di Italia, Austria e Germania ed alla spartizione in “zone” degli stati tedeschi.

Al Brennero nel 1948 sventolava la bandiera francese (e così sarebbe stato fino al 1955), non quella austriaca e la Francia non nascondeva contatti e presenze per ampliare la sua sfera di influenze. Autonomia “speciale”, quindi, ma non separatismo, questo il disegno di De Gasperi, che già pensava all’Europa, ad una realtà territoriale “cuscinetto” sulle Alpi, fra mondo mediterraneo e mondo tedesco con le due capitali, Roma e Vienna come riferimento per il mondo latino e quello mitteleuropeo, un territorio tassello di una nuova Europa, impegnato a tessere rinnovati rapporti fra mondo trentino e mondo tirolese, esempio per altre realtà di confine.

La Regione nacque, come il settimanale Vita Trentina riferisce nelle sue pagine d’allora, in maniera non certo scontata e non senza reazioni, sia da parte del centralismo romano che da parte di interessi locali. A Roma i ministeri temevano che le autonomie speciali mettessero in discussione il sistema prefettizio-burocratico sul quale l’Italia, seguendo l’esempio francese, si reggeva, mentre sia a Trento che a Bolzano non mancavano frange nostalgiche di vecchie appartenenze o intenzionate ad autonomie funzionali ai rispettivi nazionalismi.

Ma anche negli ambienti più aperti c’era chi temeva che l’autonomia avrebbe trasformato il Trentino in una sorta di “cantone svizzero” accentuando le tendenze a chiusure autarchiche, a mentalità sospettose del nuovo, non infrequenti nelle aree di montagna, mentre invece la cultura di questa terra si era costruita su passaggi e transumanze, sull’essere cerniera, non muraglia o confine fra realtà diverse, sul rimanere aperta a influssi da nord e da sud.

La realtà regionale ruppe la crosta di ghiaccio che i regimi nazionalisti e i centralismi avevano steso su questa terra e aprì una pagina nuova di storia, poi proseguita con la seconda autonomia del Pacchetto – a carattere provinciale, ma che portò aperture, non chiusure (l’università, i centri di ricerca) – e che attende ora la costruzione di una terza fase, europea, non tanto sul fronte delle competenze, ma sul loro consolidamento per un progetto economico e sociale affidato a certezze di lavoro e prospettive, non ad un mercato dominato e scosso da speculazioni (non solo finanziarie) globali, un progetto che valga a garantire i territori dai mercanteggiamenti, dal finire comperati e venduti, tutelando le infrastrutture di collegamento da privatizzazioni la cui dinamica rammenta troppo da vicino le oscillazioni monetarie nelle quali la moneta cattiva scaccia quella buona. È un percorso positivo quello iniziato nel 1948, che attende ancora, seguendo i tempi, di essere completato.

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