A un anno dalla scomparsa di don Mauro Leonardelli, la comunità di Coredo, suo paese natale, e i rappresentanti delle realtà in cui il compianto prete trentino ha operato nei suoi 54 anni di vita si sono ritrovati uniti domenica 26 aprile, per una Santa Messa in suffragio, presieduta dall’arcivescovo Lauro Tisi, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebrava la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.
Una coincidenza significativa, sottolineata dallo stesso Arcivescovo all’inizio della liturgia: “È il primo pensiero aprendo questa celebrazione: chiedere a don Mauro la sua intercessione per il dono di nuove vocazioni alla nostra Chiesa”.
Accanto ai familiari — la mamma, il fratello e le sorelle — erano presenti numerosi sacerdoti, religiosi e rappresentanti del mondo Caritas diocesano, ambito nel quale don Mauro ha lasciato un segno profondo e discreto. Tra i concelebranti anche il vescovo Mariano Manzana, che aveva condiviso con lui alcuni giorni di ospedale durante l’aggravarsi della malattia.

“Per lui le persone non erano numeri”
Nell’omelia l’arcivescovo Lauro Tisi ha tracciato un profilo intenso e concreto della testimonianza pastorale di don Mauro, evidenziando la sua capacità di vivere una prossimità autentica alle persone, specialmente ai più fragili. “Per don Mauro nessun povero era un numero: era un volto con nome e cognome”. Un servizio silenzioso, spesso nascosto, ma decisivo per molti: “Quante persone lungo quest’anno mi hanno raccontato di essere state raggiunte dalla vicinanza di don Mauro… quest’uomo è stato decisivo per la vita di tanti uomini e donne che dicono: è stato la mia salvezza”. Una testimonianza che, a distanza di un anno, continua a emergere con forza attraverso i racconti di chi ha sperimentato la sua vicinanza concreta e creativa.
Una vita “fuori dall’ovile della comfort zone”
Riprendendo il Vangelo del Buon Pastore, monsignor Tisi ha proposto una lettura incisiva dell’esistenza sacerdotale di don Mauro come vita spesa interamente per gli altri. “Don Mauro non è mai stato nell’ovile, non aveva comfort zone. Il tempo breve della vita che gli è stato dato l’ha bruciato tutto per gli altri”. E ancora: “Ogni mattina si alzava sapendo che c’era qualcuno per cui vivere”. Una testimonianza che diventa consegna per tutta la comunità cristiana: “Se vuoi la vita, quando ti alzi al mattino guarda di avere qualcuno per cui vivere”.
“Per lui Gesù Cristo era la vita”
Particolarmente toccante il passaggio dell’omelia dedicato agli ultimi giorni della malattia, vissuti da don Mauro nella fede profonda nel Risorto. “Gesù Cristo non era solo un modello a cui ispirarsi: era la sua vita”. L’Arcivescovo ha ricordato come proprio nella prova estrema don Mauro abbia testimoniato con semplicità una fede limpida: “Davanti alla morte si è affidato al Vivente”. Una consegna spirituale che deve spronare la Chiesa diocesana: “Con Cristo si attraversa la morte”.
Il ricordo delle comunità e l’invocazione per nuove vocazioni
Durante la preghiera dei fedeli, le voci delle comunità visitare da don Mauro e il mondo Caritas ne hanno affidato al Signore la memoria e il futuro della Chiesa locale, chiedendo che continui a germogliare il seme della sua testimonianza. Significativa anche la presenza di diverse vocazioni nate negli anni Novanta proprio nella comunità di Coredo, segno di una tradizione ecclesiale viva e generativa. Nel saluto finale l’arcivescovo Tisi ha rinnovato un invito chiaro alle comunità: “Se vogliamo avere vocazioni, bisogna scommettere sul Risorto”.
E ha affidato ancora una volta alla preghiera di don Mauro il cammino della diocesi: “Prega per la nostra Chiesa, perché non si lasci dominare dalla logica della comfort zone”.