Per tre volte in questo ultimo anno e mezzo Donald Trump è stato oggetto di attentati. Il primo poco prima delle elezioni, l’ultimo pochi giorni fa nella grande sala da ballo dell’Hotel Hilton a Washington. Un vero record che speriamo si fermi subito. In realtà gli Stati Uniti non sono secondi a nessuno in quanto a “regicidi”. Nei 250 anni di democrazia americana, su 45 Presidenti almeno un terzo ha rischiato di terminare prematuramente la propria vita. Quattro poi sono stati realmente uccisi, il primo, Abraham Lincoln nel 1865, l’ultimo, che ricordiamo quasi tutti con emozione, John F. Kennedy, nel 1963. Parliamo di un paese democratico, la più vecchia democrazia del mondo, non di uno stato dittatoriale.
Eppure, negli Usa la regola democratica di sostituzione al vertice attraverso normali procedure parlamentari o elezioni non sembra allentare l’odio verso il potere.
Vi sono storicamente molte ragioni sociologiche che hanno spiegato questa anomalia. La prima è la grande quantità di potere che la Costituzione americana attribuisce al Presidente, fra cui quella di essere anche il capo indiscusso dell’esercito. Vi è poi l’emendamento alla costituzione che garantisce il diritto personale all’autodifesa attraverso il possesso legale delle armi. Di qui le grandi periodiche stragi senza senso. Storicamente vi è poi stata la piaga feroce della discriminazione razziale che ha permesso nel passato qualsiasi tipo di nefandezze. Ma venendo all’oggi il discorso parzialmente cambia. Non vi è dubbio che Donald Trump sia un individuo estremamente divisivo e che oggi attraverso l’ideologia Maga non abbia fatto altro che approfondire il solco nella società americana fra radicali e moderati, perfino all’interno del proprio partito. Non bisogna poi mai dimenticare che il primo Trump è colui che ha “coperto” l’assalto a Capitol Hill nel 2021, la massima istituzione democratica del paese, allorché ha deciso di contestare la sua sconfitta elettorale. Insomma un allora ex-presidente che aveva tentato di colpire i centri nevralgici del paese diffondendo un forte spirito antistituzionale. Con ciò Trump ha favorito lo sviluppo di un populismo di destra utile per fargli rivincere le ultime elezioni. Di qui la radicalizzazione della lotta politica in America e il via libera a vendette e omicidi come nel caso eclatante dell’influencer radicale Charlie Kirk grande sostenitore del Presidente.
Sulla stessa linea di violenza estrema va poi collocata l’imposizione di espulsioni sommarie degli immigrati irregolari con la formazione di un dipartimento ad hoc della polizia federale, l’ICE, che non ha mancato di sopprimere con le armi le proteste di inermi cittadini, come nel caso delle uccisioni di Minneapolis. Un esempio di violenza istituzionale che alla fine tende a favorire reazioni abnormi, come i tentativi di colpire lo stesso Presidente.
D’altronde, ad accrescere il disagio nella società americana che da Trump aspettava soprattutto una “nuova età dell’oro” per l’economia Usa (come promesso in campagna elettorale e avviato concretamente con il grande show dei dazi imposti a mezzo mondo) vi è la delusione per gli scarsi o nulli risultati ottenuti. Continuano a crescere l’inflazione ed il livello dei prezzi, con le conseguenti rivendicazioni sociali. Ma questa per Trump e per gli Usa è solo una piccola parte del generale problema che affligge la politica e la società americana.
A fare da volano ad una violenza sempre più diffusa va messo nel conto il ritorno alla guerra e alle sue conseguenze sia in termini di immagine che psicologiche sulla popolazione. Se la “brillante” operazione in Venezuela con la cattura del leader Maduro è stata complessivamente ben digerita da quasi tutti, maggioranza e opposizione, ben diversa si prospetta la reazione sul fronte di una guerra senza una reale, plausibile ragione contro l’Iran.
Con il passare dei giorni sempre di più sembra di rivivere i tempi di George W. Bush nel 2003 con la guerra all’Iraq alla ricerca di armi di distruzione di massa che non esistevano. Episodio che Trump ha sempre sbeffeggiato, giurando di non volere ripetere un simile errore.
Ma l’errore si profila ancora più grande perché questa guerra è piena di stragi di civili in Libano, Palestina e Iran, soprattutto per l’appoggio incondizionato che Trump ha sempre concesso al suo compagno di strada Benjamin Netanyahu che della violenza e della guerra ha fatto il proprio credo e la sua forza politica. Anche in Israele, di conseguenza, la democrazia (l’unica in Medio Oriente di diceva) sta drammaticamente indebolendosi a vantaggio di una guerra senza limiti. In questa situazione i riflessi di violenza a casa propria, negli Usa, non appaiono poi così strani. Nulla sembra poterli fermare, neppure la costante predicazione per la pace e per la dignità umana del Papa americano, la cui voce sembra perdersi nel deserto dell’indifferenza e della voracità trumpiana.