Fausto Melotti, la musica, la scultura e il vuoto

Fausto Melotti ritratto da Giorgio Romagnoni

Dopo aver ottenuto una laurea in ingegneria elettrotecnica, Fausto Melotti si iscrive all’Accademia di Brera, avviando così una carriera artistica che si contraddistingue per quelle sculture che vogliono far parlare tutto. Anche il vuoto.

Melotti nasce a Rovereto l’8 giugno 1901. Nel 1928, quando inizia a frequentare l’Accademia di Brera, incontra due personalità che si riveleranno molto importanti per la sua crescita umana e professionale: lo scultore, e suo professore, Adolfo Widt e il compagno di studi Lucio Fontana.

La sua prima mostra, allestita nel 1935, non ottiene alcun riscontro in Italia. L’arte astratta, cui Melotti aderisce dopo la lettura del libro “Kn”, scritto dal cugino Carlo Belli, in Italia sarà valorizzata solo qualche decennio più avanti. Per il momento, invece, le sue sculture sono giudicate spigolose e prive di emozioni. Melotti riceve qualche riconoscimento, però, dalle vicine Francia e Svizzera, ottenendo anche, nel 1937, il premio internazionale “La Sarraz”. L’artista abbandona per un ventennio la scultura e la pittura, cui ritornerà a dedicarsi negli anni Sessanta, quando l’astrattismo si sarà consolidato in Italia.

Da musicista – negli anni universitari, aveva studiato anche pianoforte – Melotti applica alle sue sculture le regole della musica. Le sue composizioni evocano quell’armonia fatta di variazioni, intervalli e legati. Anche i titoli delle sue opere ricordano il linguaggio musicale: nomi come “Piccola sequenza”, “Contrappunto X” e “Scala musicale” sono dei chiari omaggi alla sua passione per le note.

Fausto Melotti sarà conosciuto per i suoi teatrini, che comincia a realizzare a partire dagli anni Quaranta. Si tratta di evocazioni di interni architettonici in cui traspare l’amore per la materia dell’artista: rame, stoffa e catene si intrecciano tra loro, come “ricordi dell’anima che bisogna guardare da vicino”. Oltre alle sculture e ai teatrini, Melotti realizza anche delle opere su carta, che spesso consistono nello studio di sculture. E, anche sulla carta, lo scultore riesce a trasmettere la stessa concezione del vuoto che emerge nei teatrini: non di una perdita, ma di uno “spazio in quanto tale”, che può essere riempito di contenuti ed idee. Lo scrittore Italo Calvino ha sottolineato, in “Lo spazio inquieto”, come le opere di Melotti fossero abitate da una “vibrante immobilità”.

Fausto Melotti muore a Milano il 22 giugno 1986. Lo ricordiamo con una vignetta di Giorgio Romagnoni e con una frase con cui ricorda l’incarico ottenuto dalla Scuola artigianale di Cantù: “Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello”.

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