La lunga marcia dell’orso Masun, il 26 maggio 1999 il lancio del primo orso del progetto “Life Ursus”

L’annuncio della liberazione dell’orso Masun sulla prima pagina di Vita Trentina n. 22 del 6 giugno 1999

La notizia

Si chiama Masun, ha 4 anni e pesa circa un quintale. Il nome che gli è stato dato è quello della località dove è stato catturato, di notte, nella riserva nel monte Nevoso Jelen in Slovenia. Da poco più di una settimana ( 26 maggio, ndr) è libero nel Parco Adamello Brenta. Masun è il primo orso liberato nell’area del parco naturale Adamello Brenta, secondo il progetto Life Ursus di ripopolamento dell’orso nelle Alpi. Quattro giorni dopo, Masun è stato raggiunto da un secondo orso, una giovane femmina di 3 anni e mezzo e 5 chili di peso, e quindi da una seconda femmina, catturata martedì nella zona di Jelen e Kocevie, sempre in Slovenia.

(Vita Trentina, 6 giugno 1999)

Il piano di reintroduzione dell’orso bruno nel Parco Adamello Brenta (o meglio, “trasfusione” –“rinsanguamento”, perché la specie non è mai del tutto scomparsa) ha segnato il punto d’arrivo di studi, ricerche e confronti particolarmente intensi nell’ultima metà del Novecento, e al tempo stesso l’avvio di una sfida socio-naturalistica sulla vita nelle Alpi che ancora prosegue e dal cui esito dipende l’identità stessa del sistema alpino. Il progetto Life Ursus ha i suoi costi e i suoi limiti evidentemente, ma non molti si rendono conto del significato strategico che riveste per un territorio come il Trentino che potrà porsi, con i suoi territori (boschi più del 50 per cento e “Sfulmini” dolomitici) e con le sue istituzioni di autonomia, quale laboratorio di convivenza non solo fra minoranze di lingue, e culture diverse, ma fra uomo e natura.

Il lancio dell’orso Masun, proveniente dalla Slovenia e seguito dopo pochi giorni da quello della femmina Kirka, segna l’avvio di questa sfida che non è stata priva di risultati, ma neppure di problemi e che richiede, per proseguire, presenze e interventi accurati e diffusi. Va ricordato, anzitutto che Masun non è arrivato per caso, o per un capriccio scientifico. L’orso è presenza antichissima nelle terre alpine, sicuramente contemporanea a quella dei cacciatori paleo-mesolitici, come hanno confermato i ritrovamenti di ossa umane e ursine in una grotta dell’altopiano di Marcesina (Asiago-Sette Comuni) da parte di Giampaolo Dalmeri. Non è solo fantasia, quindi, l’ipotesi che i cuccioli d’uomo e i cuccioli d’orso giocassero insieme nelle caverne: gli orsetti di pezza amati dai piccoli bambini ne tramandano il ricordo.

Se da un lato l’orso è divenuto un simbolo francescano di coesistenza fra uomo e natura (San Romedio…) dall’altro venne visto come presenza nemica da allevatori e pastori. Percepito come presenza identitaria nella toponomastica e nell’araldica finì poi per essere cacciato, legalmente sotto l’Impero asburgico, con ricche taglie.

Negli anni Trenta del Novecento ci fu la svolta con l’approfondimento di studi naturalistici e una nuova consapevolezza territoriale: il fatto che l’orso fosse scomparso da tutte le Alpi tranne che da alcune piccole valli marginali del Trentino costituiva la conferma di una preziosità ambientale unica: una montagna capace di essere ragione e fonte di vita per gli uomini che l’abitavano assieme agli antichi animali totemici.

Una spinta importante la diede il libro “L’orso Bruno nella Venezia Tridentina” di Guido Castelli, conservatore presso il Museo di Scienze nel 1935. Un’altra spinta venne dalla legge nazionale sulla caccia del 1939, promulgata mentre era presidente nazionale dei cacciatori il conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, della grande famiglia di letterati milanese, che trascorreva le estati a Madonna di Campiglio e conosceva bene tutta la precaria situazione degli orsi e la loro importanza per l’equilibrio faunistico della montagna. Suo padre aveva ucciso l’ultimo orso a Vallesinella e ne provava rimpianto.

Fu anche per questo che Gian Giacomo oltre alla legge sulla caccia che dichiarava gli orsi specie protetta divenne promotore delle iniziative volte a impedire la totale estinzione dell’animale. Fondò fra l’altro l’”Ordine di San Romedio” che riuniva persone di varie estrazioni che si battevano per la tutela dell’orso, al quale si ispirò anche Bruno Kessler quando promosse il Piano urbanistico provinciale, che stabiliva il Parco naturale Adamello Brenta essenzialmente per tutelare gli orsi, ridotti a poco più di una decina.

La loro presenza , anche per il bracconaggio, continuò a ridursi nonostante il Parco e tentativi sempre falliti di immissioni (gli orsetti fatti crescere dai tedeschi Krott, marito e moglie, in un maso dell’alta Rendena, gli Adamello e Presanella di Gino Tomasi “immortalati” dalle foto di Flavio Faganello in Val Genova), fino a limitarsi a pochi esemplari nei recessi dello Sporeggio nel Brenta, seguiti e sicuramente salvati dagli appassionati ricercatori Osti e Daldoss, attenti a non turbarne gli equilibri. Ma fu grazie a loro che restò accesa la speranza che l’orso non scomparisse dalle montagne trentine.

Fu una “lunga marcia” quella che portò all’introduzione di Masun e Kirka e in seguito di altri otto esemplari. Si ambientarono subito, ma con più di una differenza rispetto alle aspettative. Dato che per secoli l’orso si era ritagliato un habitat fra il Brenta e l’Adamello (Val Genova, Flavona, Sporeggio) si riteneva che lì sarebbe ritornato. Ma nel frattempo la montagna era cambiata, con impianti, rifugi, infrastrutture, transiti rumorosi e disturbanti, mentre la media montagna si era “svuotata”. Così gli orsi aumentarono (oggi sono più di cento) riproducendosi, espandendosi fuori dalle zone a Parco, spingendosi fin dentro i centri abitati.

Solitamente l’orso non attacca l’uomo, ma l’aggressione mortale al giovane Andrea Papi ha creato negli escursionisti e negli allevatori un diffuso timore e un crescente senso di precarietà nella frequentazione dei luoghi. Sembrano quindi maturi i tempi per una verifica complessiva del progetto, che tenga conto delle potenzialità evidenziate dal territorio, ma anche della necessità di misure di difesa e controllo che superino quelle attuali.

È possibile agire delimitando nuovi territori da percorrere riducendo al minimo le possibilità di incontrare l’orso. Va valutata la consistenza numerica degli esemplari, vanno rafforzate le difese e i presidi di malghe e ovili (tenendo presente che certi cani possono rivelarsi più temibili degli orsi), ma vanno anche presidiati e pattugliati, magari in collaborazione con cacciatori adeguatamente preparati, percorsi di montagna da considerarsi “liberi” da orsi, sapendo che essi tendono ad evitare le presenze umane se non incrociate da incontri improvvisi o per la presenza di avanzi di cibo. Non a caso gli escursionisti, nei boschi, sono invitati a parlare ad alta voce o a lanciare segnali della loro presenza.

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