Non ne conoscevamo il titolo, ma la aspettavamo da un anno, da quando Robert Prevost si presentò alla Chiesa e al mondo con il nome di Leone, Leone XIV. Lo stesso nome di Gioacchino Pecci, il pontefice della “Rerum Novarum”. L’aspettavamo da un anno, l’enciclica “Magnifica Humanitas”, perché era evidente che proprio la questione dell’intelligenza artificiale sarebbe stato il grande tema con cui il nuovo Papa si sarebbe confrontato. Ciò anche in continuità con il magistero di papa Francesco che negli ultimi anni aveva ripetutamente lanciato l’allarme rispetto alla deriva del “paradigma tecnocratico”, che impone la legge del più forte a scapito della dignità umana. Papa Bergoglio, molto spesso, era stato però “voce nel deserto”, al punto di scegliere di partecipare persino ad una riunione dei G7, in Puglia, per lanciare (inascoltato) il suo grido d’allarme davanti ai cosiddetti “grandi della Terra”. Del resto, ormai lo sappiamo, l’intelligenza artificiale non è un semplice strumento, ma un vero e proprio ecosistema; non condiziona solo la vita quotidiana di ciascuno, ma mette in discussione lo stesso nostro “essere umani”.
C’era molta attesa per l’enciclica di Leone XIV proprio perché negli ultimi tempi, con il crescere e il diffondersi ad ogni livello delle applicazioni legate all’intelligenza artificiale, è cresciuta – non solo tra i credenti – una forte domanda di riferimenti valoriali rispetto ad una evoluzione tecnologica così veloce ed imprevedibile che ha lasciato tutti con il fiato corto. Al Papa americano, che è pure laureato in matematica, si chiedeva una nuova bus-oblò sola, un aggiornamento di quella Dottrina sociale della Chiesa che 135 anni fa era stata la risposta – “sulla società, sull’economia e sulla politica” – rispetto alla rivoluzione industriale che nell’Ottocento aveva cambiato il mondo (occidentale).
A differenza di allora – lo aveva sottolineato a gennaio nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali – non siamo semplicemente davanti “ad una sfida tecnologica, ma antropologica”. Viene in mente una delle immagini più usate per descrivere l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’umanità del terzo millennio, il dettaglio della “creazione di Adamo” sulla volta della Cappella Sistina: il braccio dell’uomo, nel dipinto di Michelangelo, si protende verso quello di Dio che oggi sembra essere sostituito da quello meccanico di un robot guidato dall’IA. In “Magnifica Humanitas” non c’è però una condanna della tecnologia che non è «di per sé un male», ma non è “moralmente neutra”. Ecco perché l’intelligenza artificiale «esige di essere liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione o morte».
Con un qualcosa in più che cambia l’orizzonte e inquieta per il futuro. “Più che costruite – scrive Leone – le moderne intelligenze artificiali sono coltivate”. Vuol dire che non siamo più in presenza di qualcosa di programmato dall’uomo, ma sono macchine “machine learning “, ad apprendimento automatico, i La sintesi dell’enciclica in un’immagine da noi richiesta ad un sistema di Intelligenza Artificiale
cui confini rischiano di non essere prevedibili. Concludendo il suo intervento di presentazione dell’enciclica (pronunciato in inglese, sua lingua madre, ma anche lingua del mondo della tecnologia), papa Leone ha dunque voluto essere molto chiaro, esplicito: “L’intelligenza artificiale deve essere disarmata. Si tratta di una parola forte, lo so, ma è stata scelta volutamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare attenzione, risvegliare coscienze e indicare la strada da seguire per l’umanità”.
Un passaggio che ha meritato i titoli dei giornali, ma che ci fa capire che ormai il pericolo del paradigma tecnocratico non è legato al solo assetto economico, ma investe la struttura cognitiva, il modo, cioè, in cui la logica dell’efficienza e del controllo si è installata come misura esclusiva del reale. Il problema, come ha commentato padre Benanti su Avvenire, non è che abbiamo troppe macchine, ma che le macchine sono diventate il modello con cui misuriamo gli esseri umani. “Quando un essere umano viene misurato con lo stesso metro di un algoritmo, ciò che non è quantificabile – la dignità, la coscienza, la capacità di relazione autentica – cessa di esistere come dato rilevante per i sistemi che organizzano la vita collettiva”.
L’essenza del messaggio di Leone si trova dunque nel punto di partenza della sua enciclica: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Una scelta ben precisa: Babele o la Gerusalemme di Neemia? Per Antonio Spadaro, Babele è l’esempio della lingua unica, del sapere totalizzante, del potere centralizzato che si identifica sull’uniformità. Da cui, la sindrome di Babele che si può individuare “nella pretesa di tradurre tutto, compreso il mistero irriducibile della persone, in dati e prestazioni”. All’opposto, la storia di Neemia, l’ebreo in esilio che torna nella Gerusalemme distrutta e non impone un piano dall’alto, ma “osserva le rovine, convoca le famiglie e affida a ciascuno un tratto di muro. La scelta non è tra tecnologia sì e tecnologia no, ma tra due logiche di potere: concentrarlo o distribuirlo, omologare o comporre”.
Proprio nell’epoca in cui tutto sembra essere affidato alle macchine delle intelligenze artificiali, Leone ci affida il compito di non girarci dall’altra parte, banalizzando o demonizzando tutto ciò che non comprendiamo, ma di diventare, anche da semplici fruitori delle nuove tecnologie, protagonisti della costruzione di un mondo nuovo, non più uguale al passato, ma dove le tante e grandi opportunità dell’intelligenza artificiale devono essere sempre ricondotte ad una dimensione di rispetto per la dignità umana e della sua sacralità.