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In campagna elettorale

Inizio d’anno all’insegna del nervosismo per quel che ci aspetta, almeno sul piano della politica. La serietà della situazione è stata sottolineata dal discorso del presidente Mattarella.

Parole chiave: politica (1762), elezioni (747), Sergio Mattarella (14), 2018 (31)

I partiti fanno i conti con la gestione di questo appuntamento. L’incognita dei collegi uninominali

Inizio d’anno all’insegna del nervosismo per quel che ci aspetta, almeno sul piano della politica. La serietà della situazione è stata sottolineata dal discorso del presidente Mattarella. Forse non tutti l’avranno colto, ma si è trattato di un discorso molto ingessato, attento a non dire nulla che potesse suonare come una seppur vaga forma di ingerenza nel dibattito politico in corso. Gli appelli a tenere conto della crisi del lavoro, a incentivare la partecipazione al voto, a puntare su proposte politiche realiste e realizzabili non potevano che essere condivisi da tutte le parti in causa, le quali poi avranno gioco facile a sostenere ciascuna di essere l’unica veramente adatta a gestire queste emergenze.

Siamo più che mai in campagna elettorale e i partiti fanno i conti con la gestione del prossimo appuntamento, anzi dei prossimi appuntamenti, perché accanto alle elezioni nazionali ci sono quelle regionali in alcune regioni chiave come Lazio, Lombardia, Friuli, poi anche Trentino-Alto Adige. Si tratta di gestire un passaggio difficile, perché ci sono molte cose con cui fare i conti. Prima di tutto l’incognita dei collegi uninominali: i partiti si stanno rendendo conto che non sarà una passeggiata, perché bisognerebbe trovare candidature che raccolgano consenso oltre gli steccati delle tifoserie di movimento. Se ne sono accorti i Cinque Stelle che abilmente stanno pensando di schierare persone attrattive anche scelte fuori della loro militanza, che in troppi casi attrattiva lo è assai poco. Sarà una novità di estremo interesse per valutare quanto M5S sia in grado ora e in futuro di esercitare un ruolo determinante,se non ancora di governo, e per capire chi e come nella cosiddetta società civile abbia deciso di puntare sull’alternativa pentastellata.

Situazione difficile per molti altri partiti che devono scegliere fra il confermare rappresentanze parlamentari per molta parte al loro primo mandato o scompaginare le carte nella speranza se non di recuperare l’astensionismo quanto meno di trattenere gli elettori perplessi.

Un problema arduo soprattutto per il PD che perderà comunque, a causa della nuova legge elettorale, almeno 150 seggi e che va male nei sondaggi. Sembra che in extremis Renzi abbia capito che la forza del suo partito è nei migliori della sua compagine di governo, ma come poi possa far quadrare questo con la gestione delle aspettative del suo personale politico sarà tutto da vedere. In più deve trovare una convivenza con le formazioni satelliti della sua lista, nessuna particolarmente entusiasmante, tutte costruite su sistemi di mutuo soccorso fra politici di professione dell’ultima legislatura. Anche qui è da vedere quanto saranno di vantaggio al PD e quanto invece gli succhieranno sangue prezioso.

La neonata formazione di sinistra Liberi e Uguali non sembra avere grande appeal al di là del recinto dei nostalgici del radicalismo di sinistra (che si salda col cinismo manovriero di una parte almeno della sua dirigenza politica). Raggiungerà magari il 7% che le accreditano i sondaggi, ma difficilmente potrà essere qualcosa di diverso dalla replica di quello che fu il PSIUP: una scissione identitaria da un tronco della storia in evoluzione di un partito. Allora non portò a nulla (e pure poteva contare sul fiancheggiamento di un PCI in ascesa), questa volta si vedrà, ma è probabile che finisca allo stesso modo.

Il centrodestra sembra piazzato benissimo nei sondaggi: alcuni lo danno ad una manciata di seggi dal raggiungere la maggioranza parlamentare e si scommette che poi si troveranno nel futuro parlamento i “responsabili” per colmare questa mancanza. Tuttavia è un giudizio ancora prematuro perché non è affatto chiaro chi sarà poi capace di trasformare un sommarsi di forze animate da diverse pulsioni (alcune di populismo di destra, altre di voglia di moderatismo stabilizzatore) in una compagine in grado di governare. Berlusconi non è certo in grado di essere come in passato il punto di coagulo e al momento non ha potuto indicare un sostituto all’altezza. Il presidente dell’europarlamento Tajani è indubbiamente un politico di qualità, ma sino ad ora non ha mai avuto modo di mostrare il piglio necessario a mettere in riga una compagnia riottosa.

Questo è il quadro al momento, ma lo sfondo è ancora da disegnare e si sa che spesso lo sfondo ha un ruolo importante nel determinare lo spessore e la collocazione dei personaggi.

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