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La maggioranza alla prova dei fatti

E’ una strada scivolosa quella che dovranno percorrere da adesso in avanti il governo e la sua maggioranza: infatti non si potrà più limitarsi a giocare con gli slogan e le bandierine da sventolare davanti agli elettori (anche se continueranno a farlo) perché si dovranno prendere decisioni su provvedimenti molto concreti. Già il decreto che darà forma a reddito di cittadinanza e pensioni con quota 100 si preannuncia come un passaggio difficile.

Parole chiave: politica (1706), governo (326), manovra (26), pensioni (11)

Già il decreto che darà forma a reddito di cittadinanza e pensioni con quota 100 si preannuncia come un passaggio difficile

E’ una strada scivolosa quella che dovranno percorrere da adesso in avanti il governo e la sua maggioranza: infatti non si potrà più limitarsi a giocare con gli slogan e le bandierine da sventolare davanti agli elettori (anche se continueranno a farlo) perché si dovranno prendere decisioni su provvedimenti molto concreti.

Già il decreto che darà forma a reddito di cittadinanza e pensioni con quota 100 si preannuncia come un passaggio difficile. Sembra che si sia giunti alla decisione di far stare le due misure in un unico testo, probabilmente per evitare la possibilità di agguati delle dissidenze interne ai due partiti: così o stanno in piedi entrambe o cadono tutte e due. Tuttavia già oggi si capisce che il fumo è più dell’arrosto. Alla sbandierata possibilità di uscire con 42 anni di anzianità e 38 di contributi si sono messe molte limitazioni: riduzione dell’ammontare della pensione, divieto di integrarla con altri lavori, finestre di uscita, ecc. Tutto per ridurre significativamente la platea di chi beneficerà della misura, ma tutti quelli che, per dirla banalmente, ci avevano fatto la bocca e non potranno sfruttare l’occasione non crediamo la prenderanno molto bene.

Discorso non dissimile sullo sbandierato reddito di cittadinanza. Innanzitutto si capisce sempre più che si tratta di un sussidio di povertà e non di un sostegno a chi non riesce ad entrare nel mercato del lavoro. Anche qui, poiché l’aspettativa era per una misura del secondo tipo non mancheranno i contraccolpi, quando ci si accorgerà che il famoso “reddito” è modesto, va ad una platea molto ristretta, e non produce quegli effetti “espansivi” sull’economia di cui si è tanto parlato a vanvera. Non parliamo delle complicazioni di gestione. Solo per fare un esempio, l’aver fissato le offerte di lavoro da presentare ai titolari del reddito come comprese in fasce territoriali molto vaste (al terzo stadio nell’intero paese) pone una banale questione: ma quando ci saranno, che so, 100 posti disponibili, potenzialmente dovrebbero essere offerti ad una platea molto vasta, anche se non nazionale, nell’arco per esempio di 200 chilometri. E come si farà a fare la graduatoria per stabilire i 100 fortunati fra le migliaia di persone che sono censite nei centri per l’impiego dell’area?

Comunque gli scogli che governo e maggioranza dovranno affrontare non si limiteranno a questi. C’è in discussione una legge sulla legittima difesa, fortemente voluta dalla Lega, ma che sembra suscitare più di una perplessità. Ancor più complicato il varo delle “competenze regionali rafforzate” da dare a Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna. La norma aprirà il varco alle richieste di altre regioni e qui la spaccatura fra Nord e Sud è notevole. Anche supponendo che si possa trovare il modo di arrivare ad un accordo pasticciato, poi la sua gestione sarà più che complicata. Ricordiamo banalmente che già oggi la Corte Costituzionale è intasata di ricorsi sui conflitti di competenza fra regioni ordinarie e stato, figurarsi dopo.

Di occasioni di scontro ce ne saranno in continuazione. La proposta di riforma costituzionale per l’introduzione del referendum propositivo con l’assurda clausola di non prevedere un quorum di partecipazione per la validità è una di quelle, ma il conflitto è stato evitato con una furberia: siccome tanto si sa che far passare una legge costituzionale è molto complicato, si è detto che su quello deciderà il parlamento (mettendo a tacere l’on. Fraccaro che aveva sbandierato che il referendum senza quorum è previsto “nel contratto di governo”, manco quello fosse un testo rivelato da qualche divinità). Come ce la si caverà con la faccenda delle grandi opere strutturali è un’altra incognita: il ministro Toninelli da un po’ è al margine della scena, ma prima o poi si dovrà arrivare a decidere, e anche qui non si sa come andrà a finire nello scontro fra le ragioni delle ideologie utopistiche e quelle di un necessario sostegno agli investimenti per un po’ di ripresa economica.

Su tutto poi incombe il tema della chiamata in campo della Corte Costituzionale a cui si faranno valutare varie norme di leggi così mal congegnate che è dubbio possano uscire indenni da quell’esame. Con l’abitudine a buttare tutto in zuffa politica c’è da aspettarsi che anche a fronte dei contenziosi davanti alla Consulta si scatenino le varie tifoserie.

Se poi ci aggiungiamo che avremo due elezioni regionali fra febbraio e primavera (Abruzzo e Sardegna), le urne europee a maggio e un’altra importante tornata di regionali in autunno si può facilmente immaginare un anno di continue tensioni e scontri. Davvero una prospettiva preoccupante.

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